Rassegna storica del Risorgimento

DEMOCRAZIA ; CATTOLICI ; MOVIMENTO CATTOLICO
anno <1955>   pagina <452>
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4i5 Giovanni Spadolini
alla democrazia, che si preparava ad accogliere le classi nuove dopo aver tentato invano di escluderle o di respingerle.
Come si poneva, il problema dei rapporti fra Stato e Chiesa, per repub­blicani e radicali? Certi temi di politica ecclesiastica continuavano a susci­tare il loro interesso, ad attirare la loro attenzione; non c'era congresso nazio­nale o provinciale in cui gli uni e gli altri, con diversità di accenti ma con animo sostanzialmente affine, non tornassero sulla necessità di riformare la legge delle guarentigie, di cancellare l'art. 1 dello Statuto, di applicare sul serio la legge sulla soppressione delle corporazioni religiose fino ad incidere sullo stesso diritto di associazione; l'esperienza della separazione, che si delineava in Francia, consigliava i più accaniti, i più intransigenti, a proporre misure estreme, di laicizzazione integrale, di distruzione completa delle su­perstiti proprietà e dei superstiti privilegi ecclesiastici. Ma erano motivi, tutti, che non nascevano da un profondo ripensamento ideale, da una seria e rigorosa separazione giuridica o politica: non elaborati o raffinati da uomini di diritto, da uomini di stato, ma piuttosto da polemisti, da propagandisti, che, una volta arrivati al potere (il caso dei radicali) attenuavano gli angoli, gettavano molta acqua nel fuoco del loro anticlericalismo. Una tradizione democratica vecchio stile, che non ci ha lasciato nessuna opera di rilievo, nessun libro di speculazione giurìdica o storica degno di affiancarsi alla ricca letteratura ecclesiastica dell'ultimo trentennio dell'Ottocento: che si esauriva quasi sempre in opuscoli, in manifesti, in articoli di giornale, in attacchi convenzionali o retorici alla divinità del Cristo o alla missione della Chiesa, che non era capace di distinguere fra i valori eterni del messaggio cristiano e quel che nel cristianesimo era sovrastruttura storica, accessione posteriore, definizione dogmatica. Una tradizione che non convinceva neppure i giovani migliori, gli esponenti più acuti e animosi della nuova generazione repubbli­cana, quella che si era formata sui libri di Cattaneo piuttosto che sulle enci­cliche di Mazzini e portava nell'interpretazione dei problemi una maggiore cautela critica, una maggiore raffinatezza e ponderazione storica, una pro­fonda insofferenza delle pose gladiatorie o guerrazziane di un tempo.
II campo d'azione di un tale anticlericalismo si esauriva nelle ammini­strative comunali e provinciali, nella vita delle piccole e grandi città dove sopravvivevano gli odi delle clientele e le rivalità delle famiglie e le antitesi secolari, di interessi, di pregiudizi, di passioni: là dove era facile incontrare la popolarità battendosi per cacciare le monache dagli ospedali o per ridurre il Buono delle campane o per eliminare il crocifisso dalle scuole, senza preoc­cuparsi di altro, senza guardare alle conseguenze più vaste e lontane che parto­rivano quegli atti, al senso di diffidenza e di paura che generavano nei catto­lici e che li spingevano ad unirsi con chiunque, fosse pur il vecchio diavolo liberale, pur di sottrarsi a tali minacce, di sfuggire a tali umiliazioni. La lega cattolico-moderata che caratterizzò le elezioni del 1904 ebbe i suoi primi ed immediati contraccolpi nel campo delle amministrazioni locali: e fu dal timore di un ritorno clericale in grande stile, all'ombra delle vecchie maggio­ranze costituzionali, che presero forza e vigore i blocchi popolari, lo intese cioè degli elementi radicali e massonici con le forze socialiste anticlericali in vista di evitare il successo del prete, il trionfo della lupa grifagna del Vaticano come ancora si diceva da più parti. Tentativo estremo, che ebbe ancora qualche considerevole successo locale (si pensi alla vittoria nelle eie-