Rassegna storica del Risorgimento
DEMOCRAZIA ; CATTOLICI ; MOVIMENTO CATTOLICO
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1955
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pagina
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Liberalismo e democrazia, ecc.
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aioni capitoline di Roma del 1907 e all'avvento di Ernesto Nathan come Sindaco dell'Urbe), che registrò progressi più o meno notevoli nelle varie regioni della penisola, che coalizzò forze diverse sulla base di un'intonazione essenzialmente laicistica: ma che non lasciò tracce più profonde nel cuore degli italiani, non conquistò consensi di masse, non influì sulla politica governativa, non spostò gli equilibri di forza dei partiti, non cambiò neppure fondamentalmente l'indirizzo agnostico del socialismo che come tale, come partito, continuò a subordinare i temi di politica ecclesiastica ai sussidi alle camere del lavoro o alle leggi sulla previdenza sociale.
Proprio nello stesso anno in cui il Blocco popolare vinceva a Roma (con gran scandalo nei cuori dei cattolici, con sdegno e sorpresa enorme: erano trent'anni che l'Unione romana operava in vista di concentrare cattolici e moderati ed evitare quell'estrema offesa al Papa), il governo Sonnino concludeva una transazione con la Santa Sede per l'indennizzo, regolato in nove milioni, relativo all'incameramento dei beni delle case generalizie della capitale: segno di buona volontà, prova di benevolenza e di tolleranza, alla quale seguirà nel 1907 un riconoscimento ancor più significativo, il passaggio alla protezione italiana degli stabilimenti cattolici dell'Impero ottomano (la classe dirigente liberale faceva proprio il motto di Gambetta, che l'anticlericalismo non rappresenta in nessun caso merce d'esportazione). I due obbiettivi fondamentali dei blocchi popolari, la riforma della legislazione familiare e l'abolizione dell'insegnamento religioso nelle scuole, non solo non furono raggiunti, ma non rappresentarono in nessun momento materia concreta di discussione politica, programma effettivo di governo. Allorché il disegno di legge DaneoCredaro sul trapasso delle scuole elementari dai comuni allo Stato viene messo in discussione (era il maggio-giugno 1910), le richieste dell'Estrema cadono in minoranza e il complesso normativo che arriva all'approvazione della Camera l'anno successivo è talmente pieno di riserve, di bizantinismi, di casistiche che nessuno riuscirà a capire da parte di chi sia rimasta la vittoria (e il massone Credaro subirà una specie di attacco in massa dell'anticlericalismo scontento e deluso).
Invano il cappellano dell'Estrema, Romolo Murri, arrivato al Parlamento coi voti dei radicali (quasi a seppellire il suo sogno di un'antitesi guelfa e teocratica fra Stato e Chiesa), chiede che la riforma democratica della Chiesa sia rimessa all'ordine del giorno, oggi come ai tempi di Ricasoli: il gelo che ha accolto il modernismo non accenna a mutare e il presidente del Consiglio, Luzzatti, aderisce in sostanza alla tesi di Meda, che i contrasti fra le due potestà non debbono essere accentuati in nessun caso e, quasi a rinverdire il suo neutralismo con una formula di ispirazione liberale, dirà di attenersi alla regola delle libere religioni nello Stato sovrano. Ciò che rappresentava il modo migliore per permettere alla Chiesa di riconquistare il terreno perduto, di ricostituire gradualmente le sue posizioni di influenza, travolte dalla rivo-lozione unitaria: senza trovarsi a dover contrastare ogni minuto con le leggi dello Stato, senza subire quelle insistenti e pertinaci interferenze amministrative che avevano caratterizzato la vita della Destra e della Sinistra storica (non a caso, le circolari Scialoja e Fani sulla vigilanza dei seminari rimarranno lettera morta, a differenza di quelle Bonghi di trent'anni avanti).
Qualche congresso per il libero pensiero era ancora organizzato dai clubs democratici e radicali; ed uno, particolarmente solenne e rumoroso, si svolse