Rassegna storica del Risorgimento

DEMOCRAZIA ; CATTOLICI ; MOVIMENTO CATTOLICO
anno <1955>   pagina <454>
immagine non disponibile

454 Giovanni Spadolini
a Roma nel 1904, in occasione della celebrazione del 20 settembre, e riunì gran numero di professori di scienze naturali ed insegnanti, o dilettanti, di fisiologia e minor contorno di filosofi, e tutti impegnati a dimostrare l'infe­riorità della filosofia rispetto alla scienza, l'insufficienza di una speculazione ohe non si appoggiasse ai dati rivelati e immutabili della esperienza scientifica. Ma non era quello il modo di risollevare l'attualità dei problemi religiosi o tanto meno di proporre soluzioni nuove di politica ecclesiastica: del che si avvantaggiavano invariabilmente i cattolici, pronti a dimostrare l'assur­dità di certe impostazioni, il ridicolo di certe tesi, il grottesco di certi programmi.
Dal 1900 in là, aria nuova era penetrata nel mondo cattolico, nuovi ideali si erano affermati, nuovi propositi di azione e di lotta, non più al ser­vizio dei piani temporalistici cari al cardinale Rampolla, non più in vista di quelle affermazioni di principio che avevano sedotto Papa Pecci. Nell'ottobre del 1901, il brindisi di Paolo Arcari all'unità italiana, nel convegno giovanile di Varese, era apparso ancora materia di controversia e di polemica, aveva suscitato la fiera protesta dell' Unità Cattolica e del suo direttore Sacchetti; ma oggi, a distanza di dieci anni, quel saluto sarebbe stato condiviso da mol­tissimi altri che pur non provenissero dall'ambiente cattolicomoderato di Milano, che pur non fossero stati seguaci del Meda o dell'Albertario ultima maniera. Se nel 1904 solo tre candidature cattoliche autonome e dichiarate avevano superato il traguardo, nel 1909, nella successiva consultazione politica, i cattolici deputati salirono a 16: a prescindere dal numero di candidature liberali e moderate che riuscirono a passare solo per la confluenza dei voti dei fedeli, inquadrati e guidati dalla nuova Unione elettorale che aveva preso 3 posto delle disciolte sezioni dell' Opera dei congressi.
La nuova stampa cattolica non aveva più niente di simile al giornalismo aggressivo, intollerante, spesso apocalittico degli ultimi vent'anni dell'Otto­cento, ancor pieno di inni al PapaRe e di invettive contro la Monarchia scomunicata e di attacchi al liberalismo eretico e al mostro immane e al regime poliziesco e sopraffattore instaurato dal Regno, ancor pieno di riserve e di sottintesi, non solo sull'unità territoriale della penisola, ma pur sul suo regime parlamentare e democratico. Una nuova catena di quoti­diani cattolici, con una certa apertura liberale e nazionale, si imponeva al­l'attenzione del pubblico e formava poi un vero e proprio trust che nel 1912 si attirava perfino una esplicita avvertenza della Santa Sede. Erano VAvve­nire d'Italia a Bologna, il Corriere d'Italia a Roma, Il Momento a Torino, dopo il 1911 VItalia a Milano, più tardi II Messaggero Toscano a Pisa e il Corriere di SiciHa a Palermo. Chi apra la stessa collezione della Civiltà Cattolica dei primi dieci anni del Novecento noterà una sostanziale differenza rispetto a quella, ancora, degli ultimi quattro o cinque anni del secolo XIX: allorché qualunque occasione era buona per inveire contro il nuovo Stato, per svelarne le insufficienze e le debolezze, per denunciarne l'incapacità organica a risol­vere i problemi moderni, e la disfatta di Adua e la caduta di Crispi e i moti sociali del '98 e il cattivo raccolto del grano e le forme ricorrenti di depres­sione economica. Nella vecchia e intrepida rivista dei gesuiti, non mutano i problemi di fondo, le rivendicazioni tcmporalistiche non sono ammainate, i diritti del Papato non sono dimenticati neppure un momento; ma non si tralascia più una sola occasione per elogiare il comportamento di questo