Rassegna storica del Risorgimento
DEMOCRAZIA ; CATTOLICI ; MOVIMENTO CATTOLICO
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1955
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Liberalismo e democrazia, ecc.
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0 quél ministro che abbia reso un servigio, diretto o indiretto, alla causa catto* lica, non ai trascura più la differenza fra i pericoli minori e maggiori , fra
1 motivi di turbamento e quelli di sovvertimento. Verso il liberalismo mode-*ato e conservatore si usa un linguaggio diverso da quello che si continua a impiegare verso le superstiti correnti radicali e giurisdizionaliste. Può capitare di trovare, una volta, l'esplicita lode di Luzzatti per avere ammesso le organizzazioni cattoliche nel consiglio nazionale del lavoro; un'altra l'elogio dell' amministrazione comunale di questa o di quell'altra città che abbia deciso di astenersi da una manifestazione irriverente verso la religione; un'altra ancora la citazione di questo o quell'articolo della Nuova Antologia la vecchia e indomabile rivale che prospetta l'opportunità di un accordo più saldo fra cattolici e moderati; perfino della Rassegna Nazionale e dei suoi programmi di conservatorismo si parlerà con rispetto, con riguardo, con un tono inconcepibile nel pieno della polemica anticonciliatorista e antiliberale. I valori della patria, della famiglia e dell'esercito non saranno difesi soltanto per le loro implicazioni ecclesiastiche, ma pur sul terreno civile e politico, per gli obblighi imprescrittibili a cui vincolano ogni credente. Dopo il 1910, si parlerà dei nazionalisti e dei loro piani di restaurazione religiosa con un compiacimento che talvolta prescindeva dalla radice atea e pagana di quel movimento, tanto era il desiderio di trovare dovunque i segui di una rinascita cattolica.
Il Papato come tale non muta la sua linea formale; Pio X dichiara grave lutto per la Chiesa il giorno dell'inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele U; al momento delle celebrazioni cinquantenarie dell'unità, pellegrinaggi e manifestazioni religiose sono esplicitamente vietati e i cattolici sono invitati ad astenersi dal partecipare alle festività commemorative di un e sopruso antipapale. Ma è lo spirito che è mutato, nelle file del laicato cattolico, in seno alle organizzazioni che dipendono dalla nuova Unione popolare: uno spirito che non è più di scissione, di separazione assoluta e irrefutabile dal mondo borghese, ma si orienta ad alleanze limitate e contingenti su questo o quel problema, non riguarda più il liberale come un inviato del demonio, non fa più della questione romana quella pregiudiziale invarcabile che aveva reso impossibile ogni contatto nell'ultimo ventennio del secolo XIX. Se il Pontefice vieta l'intervento alle manifestazioni commemorative dell'unità, molti sindaci cattolici del Veneto e della Lombardia accorrono egualmente a Roma, a rendere omaggio al loro Sovrano, ma in cuor loro sentono di non commettere nessun oltraggio al loro Pontefice, di non offendere nei profondo la loro fede. È il credente che comincia a sentirsi anche cittadino, che non avverte più l'antitesi drammatica fra Vaticano e Quirinale, che sente di poter obbedire alla legge civile, conformarsi ai doveri pubblici senza tradire i comandamenti e gli imperativi religiosi. Una conciliazione che ai attua nascostamente, gradualmente, nelle stesse zone di più tenace e impavido clericalismo, nelle vecchie province cattoliche dell'alta Italia, nei baluardi guelfi del Veneto: attraverso un intreccio di interessi, certo, ma anche un incontro di sentimenti, di affetti, di timori, di comuni credenze.
Gli ultimi due congressi delle associazioni cattoliche, Firenze nel 1906, Modena nel 1910, non contengono più nessuna di quelle invettive clamorose e temerarie che erano piaciute, ai loro bei tempi, a don Albertario, a padre Balan, a Giuseppe Sacchetta, a Filippo Pagauuzzi, nessuno di quei gridi 0