Rassegna storica del Risorgimento
DEMOCRAZIA ; CATTOLICI ; MOVIMENTO CATTOLICO
anno
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1955
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pagina
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456
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456 Giovanni Spadolini
Roma o morte che ancora nel 1901, al congresso di Taranto, il vescovo di Livorno aveva evocato, quasi a contrapporre* a tutto il radicalismo italiano, l'impegno solenne dei cattolici a sacrificare il loro sangue sugli spalti della città eterna. Al congresso di Modena toccherà proprio a un cattolico già Tallii' alle istituzioni, a Filippo Crispolti, ricordare ai convenuti che esiste ancora una questione romana, che non è possibile dimenticarla o seppellirla senza recare grave pregiudizio al Pontefice.
La stessa estinzione del movimento democraticocristiano gioverà a questo incontro di cattolici e liberali; e non, solo perchè la scomparsa delle falangi rmirriane sembrerà ai molti, ai più reazionari, ai più, conservatori, la fine dei sogni socialistici della Chiesa, ma anche perchè i magnati locali, i deputati moderati preferiranno trattare coi rappresentanti del clero anziché con quelli di un partito cattolico vero e proprio, accordarsi col vescovo piuttosto che con Pinqueto agitatore delle leghe bianche. Per i liberali ancien regime era possibile, era consigliabile, era opportuno negoziare con la Chiesa, invocarne l'intervento, conquistarne l'aiuto per la difesa di quella ordine sociale che premeva ad entrambi; molto meno ragionevole e giustificabile sarebbe apparso un partito cattolico o cattolico-sociale che pretendesse di guidare i fedeli e sostituirsi, nella sfera temporale, agli indirizzi della Chiesa. Quello che un deputato moderato poteva comprendere allora era al massimo, un gruppo conservatore, un fascio dell'ordine estendentesi fino ai cattolici o, per taluni, fondato su di essi, sulle loro schiere elettorali, sul loro spirito di gerarchia e di obbedienza, sul loro senso del dovere e dell'autorità (come, fra 1879 e 1880, aveva vagheggiato uno Stuart); mai un partito programmaticamente e ideologicamente differenziato dalla concezione borghese, dalla Weltanschauung liberale e capitalistica, come sarebbe stata una democrazia cristiana capitanata da Romolo Murri, come sarebbe divenuto più tardi il partito popolare di Luigi Sturzo.
In questo senso si può ben dire che il Papa del Fermo Proposito e della Pascendi non dispiacque alla borghesia conservatrice: e basterebbe pensare per un momento all'indifferenza che accolse, nel mondo liberale, il fallimento della Lega democratica nazionale e la condanna del modernismo, nei suoi filoni biblici o teologici. In un'età che non avvertiva più i grandi problemi dello Stato e della Chiesa, che non si appassionava più alle polemiche del secondo Ottocento, alla trattatistica giuridica, alla speculazione filosofica, alle controversie politiche degli Spaventa o dei Liberatore, dei Boncompagni o dei Cantù, dei Liverani o dei dirci, dei Bonghi o dei Min ghetti, nessuno si sarebbe sognato di trarre dal modernismo l'occasione per riaprire una riforma della Chiesa, per rinverdire i piani di un Lambruschini o di un Rica-soli, per risuscitare i sogni generosi del neoguelfismo: lo stesso culto del Savonarola, che improntava, per es., il gruppo della Rassegna Nazionale, non andava oltre la preoccupazione conservatrice di una conciliazione feconda fra Stato e Chiesa che unisse le forze dell'uno e dell'altra nella lotta contro il sovversivismo.
Sfuggiva, allo stesso mondo laico, il fondo del programma di Pio X, quel sogno ardito e grandioso di restaurazione teocratica} quel piano di riconquista ideale delle genti cristiane oltre gli accorgimenti della politica e Contro i metodi della diplomazia cari a Leone XIII; quel richiamarsi all' autorità della Chiesa che non conosce altri termini da quelli della verità, che