Rassegna storica del Risorgimento

DEMOCRAZIA ; CATTOLICI ; MOVIMENTO CATTOLICO
anno <1955>   pagina <457>
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Liberalismo e democrazia, ecc.
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(domina il mondo perchè è la sposa di Gesù Cristo; quell'invocare il egrande partito di Dio, il partito al di sopra di tutti i partiti ; quel continuare e por­tare a termine il processo di centralizzazione ecclesiastica, di autocrazia pa­pale, di accentramento vaticano, che riduceva al minimo il potere dei vescovi, che li trasformava in plenipotenziari della Santa Sede, in ministri o sotto­ministri del Papa. Quello che appariva ai più era il ritrovarsi di forze catto­liche e di forze tradizionalmente anticattoliche sulla stessa sponda di azione e di lotta, contro gli stessi nemici, in vista di fronteggiare i medesimi pericoli, le comuni minacce; e ciò riusciva pur ad attenuare l'importanza di contrasti sostanziali, come quello che divise, ne] 1906, la Curia dal popolare vescovo di Cremona, Mone. Bonomelli e dal suo piano di separazione fra Stato e Chiesa (che avrebbe finito per accettare la logica del liberalismo).
Sul terreno politico, non erano tanto i generosi programmi di un Bono­melli o di un Capecelatro a richiamare l'attenzione, a dominare l'opinione pubblica; erano piuttosto quelle intese elettorali o pre-elettorali che si fonda­vano sulla lotta al socialismo, all'anticlericarismo, al radicalismo, sulla difesa dell'istituto familiare, sull'apertura di un certo numero di scuole confessionali. Blocchi popolari e blocchi clericomoderati: contrapposizione semplicistica, magari grossolana, ma che riassumeva in molte città, in intere regioni, la dialettica della vita locale in quegli anni, oltre tutte le tradizionali antitesi fra liberalismo e cattolicesimo ereditate dalla tradizione risorgimentale. Lo stesso nazionalismo contribuiva a superare i residui del passato, a trascendere le e querelles di un tempo: movimento ancora in stato di formazione e di definizione, in quegli anni fra 1908 e 1912, esso richiamava pur tuttavia strati di giovani di origine e di ispirazione liberale, che non erano contenti del tra­sformismo giolittiano, che anelavano a una più vivace e animosa politica, particolarmente a una più ardita azione internazionale, che non esitavano ad appoggiarsi sulle istituzioni e sulle idealità cattoliche per trovare qualcosa di fermo, di solido, di perenne su cui imperniare la loro polemica antiso­cialistica e antimaterialistica. Eredi, più o meno legittimi, di quel movimento di polemica e di protesta intellettuale che si era aperta nei primi del secolo, col Regno, col Leonardo, con altre riviste e rivistine scontente del monopolio positivistico, inclini a rivalutare i valori del misticismo e magari irraziona­lismo, non insensibili a quei dati religiosi che si identificavano con un certo spiritualismo, un certo volontarismo, un certo personalismo: non reazione meditata e consapevole, come quella dell'idealismo crociano, come quella della Critica, ma egualmente vivace, non meno stimolante ed eccitante.
Un vero e proprio programma di politica ecclesiastica il nazionalismo non lo aveva: tanto meno il nazionalismo dei primi anni, fra 1910 e 1911, ancora intriso di influenze massoniche, irredentistiche, repubblicane, ancora venato di filoni liberali e cavourriani destinati ad attenuarsi o a disperdersi nel futuro. Non un programma netto, conseguente, come quello di Maurras o di Barrès in Francia, con la loro Monarchia cattolica contrapposta alla Repubblica laica e giacobina, coi loro Re conquistatoti e credenti contrap­posti ai presidenti dcilV affare Dreyfus e dello scandalo del Panama; ma un guardare di nuovo alla Chiesa come a un possibile fattore della potenza nazionale italiana, un riaffiorare di motivi giobertiani, del Gioberti del Pri­mato, del Risorgimento autoctono e nazionale contro quello di importazione e di fuorivia e quindi una considerazione sempre più alta verso gli istituti della