Rassegna storica del Risorgimento

MARANGONI GIOVANNI
anno <1955>   pagina <462>
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Carlo Terzi
alle fa titillo ed ai pericoli e prepararsi così alle future battaglie della libertà. Che sempre sperava in una non lontana redenzione della Patria e fin dal 22 aprile 1856 scriveva al fratello Giacomo: fra pochi mesi impugneremo le armi della libertà , e aggiungeva: le cose nostre, se non le decidiamo noi, nessuno ci penserà . Entrò anche in relazione d'affari con Nino Bixio per la costruzione di un bastimento, poiché desiderava spingersi perfino nei lontani mari dell'India e della Cina.
Ma, terminata la seconda guerra d'indipendenza con l'armistizio di Villa-franca, stipulato l'il luglio 1859 fra Napoleone III e l'imperatore d'Austria Francesco Giuseppe, molto svantaggioso per gli Italiani, perchè lasciava all'Austria il Veneto e riportava sui troni dell'Italia settentrionale e cen­trale i principi spodestati, il Marangoni rinunziò ad ogni idea di navigazione marittima, e rimase in Patria per diffondere le idee di Mazzini insieme ad altri patrioti. Scrìveva infatti al fratello Giacomo in una lettera del 13 ago­sto 1859: Combatteremo presto contro l'Austria e Francia collegate a nostra rovina, e combatteremo in nome dei nostri diritti.
Desideroso di entrare nelle file del generale Garibaldi, che dopo la cam­pagna del '59 aveva abbandonato il grado di maggior generale nell'esercito sardo ed era entrato in quello dell'Italia centrale per invadere l'Umbria e le Marche, il nostro si trasferi in Toscana disposto a versare sino all'ultima goccia il suo sangue per la santa causa della Libertà e Unità della Patria. Infatti un'azione garibaldina nell'Italia centrale, sostenuta da una insur­rezione, lasciava sperare in una prossima guerra contro l'Austria e la Francia. Tra i più ferventi e convinti agitatori di questo momento, decisi a tutto, e in prima linea, furono Rosolino Pilo e Giovanni Marangoni. A Bologna si doveva abbattere il governo del col. Lio netto Cipria m, governatore della Romagna, umile servitore di Napoleone. Ma questi, avvertito in tempo dal prefetto di Firenze, che era venuto a conoscenza della cosa, fece arrestare il Pilo che fu trovato in possesso di diverse lettere e stampati di Mazzini, e il Marangoni; entrambi poi trattenuti in carcere nel castello del Torrione, come perturbatori dell'ordine pubblico insieme ad Alberto Mario, noto scrit­tore e giornalista, amico di Mazzini, arrestato con la consorte Jessie White a Pontelagoscuro.
Ma poi liberati per intercessione di Garibaldi, entrambi furono condotti sotto la scorta di carabinieri fino a Chiasso, al confine svizzero e poterono cosi riparare a Lugano presso Mazzini Quivi il Marangoni strinse amicizia con Culo Cattaneo, e, fremente di sdegno per la politica del Piemonte, che aveva concluso i patti di Plombières con Napoleone III, e quindi riteneva responsabile del trattato di Villafranca, lanciò il 5 novembre 1859, dopo la pace di Zurigo, un proclama alla gioventù lombarda nel quale richiamava i giovani alla grandezza degli avi, che erano morti al grido d'Italia, facendo giustamente osservare che era dovere dei fratelli lombardi mostrarsene degni figli. Si trattava di voler esistere liberamente come Nazione. L'idea di una Italia libera da ogni tirannide straniera e retta da un governo, che fosse chiara espressione della volontà del popolo, era ben definita nella mente del Marangoni, che nel proclama insurrezionale apertamente dichiarava: non vi è libertà per noi se non quando tutti potremo radunarci nei comizi ed eleggere con coscienza dei nostri doveri e diritti, al coperto di ogni pres­sione, quel Governo che ci sembrerà più opportuno.