Rassegna storica del Risorgimento

1852 ; COSENZA
anno <1955>   pagina <475>
immagine non disponibile

L'ANNO DI BELFIORE IN PROVINCIA DI COSENZA
I protagonisti del lavorio del 1852 erano tutti vecchie conoscenze detta polizia e della giustizia borboniche. È vero che col trascorrere del tempo, sempre meno si sentivano le conseguenze delle idee agitate e dei lutti semi­nati negli anni turbinosi 1844 e 1848. Tuttavia, gli sconfitti superstiti ai osti­navano in una attività limitata a vigilanza, sperando in tempi migliori e favorevoli, mentre spiriti inquieti ed anelanti svolgevano una loro meno oculata attività, che pur li avrebbe messi ai primi posti nel pericolo e fatti trovare in testa nell'opera da compiersi.
La provincia si può dire che era tessuta da tuia rete di patrioti in con­tatto fra loro, pronti tutti a passare all'azione. Da San Lucido, ove un An­tonio Turano ed altri a lui legati mantenevano un contegno, che, pur non pregiudicandoli, faceva pensare a qualcosa di non chiaro, a Rossano, ove un Raffaele Ruffo si faceva ardimentoso di sussurrar agli amici voci sedi­ziose ed allarmanti, a Figline Vigliati!ro, a Dipignano, a Ciro, ove i sospetti dell'autorità costituita erano corroborati dal rinvenimento di alcune lettere, non chiare, a Cosenza stessa, ove un Vincenzo Corrado di Salerno respi­rando in quell'atmosfera! si era lasciato scoprire di aver pronunciato voci sediziose, la provincia era davvero attiva. Ma di costoro, purtroppo, è stato impossibile rintracciare i processi, di cui è notizia nella Pandetta intitolata appunto ai processi politici custoditi nell'Archivio di Stato di Cosenza. ''
E invece possibile seguire da vicino l'attività di quel D. Ferdinando Bianco di Bianchi, un paese della Sila fertile di elette menti, che, uscito dal fallimento di moti precedenti più agguerrito e determinato, viveva in lati­tanza, assieme ad alcuni suoi fedeli, tra cui Nicola Torchia Tocci, Nicola Marasco e Gabriele Bianco, per una precedente grave condanna subita in contumacia. Pur non compiendo alcuna di quelle azioni che il Governo era soddisfatto di chiamare brigantesche, la loro assenza dalle case, il loro aggi­rarsi furtivo per le montagne della Sila, ormai noto nelle due limitrofe Pro­vincie di Cosenza e Catanzaro, era sufficiente per dare argomento ai conci­liaboli dei sospettati dal Governo ed alle aperte riprovazioni di coloro che al Governo accentuavano fedeltà.
Tutto ciò faceva sempre più vigili gli organi di polizia, sospettosi di qualche grossa sorpresa.
II 10 luglio di quell'istesso 1852, Giovanna Calfa Piraino veniva sorpresa mentre recava una lettera che D. Ferdinando Bianco mandava a Torchia, arrestato qualche tempo prima e al momento astretto nelle carceri centrali di Cosenza. La lettera aveva seguita una via tortuosa: Mariannina Fingitore, una vivcndugliola come la dicono le carte legali inerenti al processo in una delle solite sue visite da Pittarella a Bianchi l'aveva ricevuta d una figlia di D. Luigi Bianchi perchè l'inoltrasse al destinatario.
La lettera conteneva frasi come questa: ... e già ho pur saputo che questo briccone traditore [Mastro Gaetano Marasco di Serrastretta] non ve lo recò
t) Di tutto le cortesie che mi sono stato usate dorante le ricerche, vivamente ringrazio anche da qui quel direttore dott. Vincenzo Maria Egidi.