Rassegna storica del Risorgimento
CUSIN FABIO
anno
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1955
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pagina
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515
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Amici scomparsi 515
nel loro campo, e segnano punti di riferimento e di passaggio obbligati per qualunque studioso voglia riprendere quegli argomenti.
Dopo la sua interna crisi (coincidente coll'irrigidimento del fascismo che precedette la guerra e la catastrofe) Cusin sembrò dare ascolto, sempre più decisamente, all'altra voce della sua anima, a una voce che non poteva accettare quei fatti, e che lo indusse a ergersi progressivamente a giudice e, in certo modo, a giustiziere sempre più intransigente non solo dei suoi contemporanei, che gli apparvero tutti, o quasi tutti, irrimediabilmente corrotti e bacati, ma anche dei loro padri e dei padri dei padri, e dei padri dei padri dei padri, in una sorta di biblica maledizione.
Rientrano in questa fase di crescente disperazione i suoi lavori di storia o, meglio, di battaglia politico-morale, daM'Antistoria d'Italia, pensata e scritta nel 1943-44 e pubblicata da Einaudi nel 1948, all'Italia unita, di cui sono usciti due volumi (Del Bianco, 195255), che abbracciano il periodo 18601887. Il motivo centrale di entrambe queste storie (o antistorie) come degli altri minori pamphlets, opuscoli e saggi, che egli compose pure in questo periodo ultimo, sull'Italia e su Trieste, la sua amata-odiata città nativa, è sempre ostinatamente lo stesso: la bassezza, il conformismo, il dispotismo, la corruzione, la viltà, la miseria della nostra tradizione, la cui conclusione logica è stata (e non poteva non essere) il fascismo, e alla caduta di questo una uuova forma di dittatura e di corruzione, comparsa sotto altri nomi e altre apparenze. Il fascismo rappresentava, cioè, per lui una sorta di fatalità incombente sull'Italiano di tutti i tempi, una delle tante espressioni del medesimo tarlo destinato a rodere la sostanza vitale del paese: la malattia o tabe ereditaria dell'Italia.
Paolo Alatri ha di recente rilevato (in Belfagor), quando Cusin era ancora in vita, il pericolo che siffatto cupo fatalismo finisse di legarsi in lui per logica necessità con una forma di razzismo, in quanto egli riferiva, in certo modo, ogni male della nostra formazione storica alle debolezze e all'incapacità congenita della stirpe italiana. E certo sarebbe stato un razzismo tanto più strano proprio in Cusin, che del razzismo personalmente ebbe a soffrire a fondo. Ma il problema suo non era più, specie negli ultimi tormentati tempi della sua vita, un problema propriamente storiografico, anche se egli continuò, finché ebbe respiro, a esprimersi con simboli storici (e talora anche con acutissimi giudizi particolari, che erano figli della sua antica insopprimibile consuetudine con i documenti e con gli studi critici).
Il compito suo era ormai diventato nettamente un altro: manifestare, con la massima intensità ed efficienza, la sua rivolta morale, caricandola, per meglio ottenere l'effetto, di significati e richiami desunti da un favoloso negro passato, di metafore e similitudini sconcertanti, di ironie e (anche) di ragioni pseudo scientifiche, attinte alla sociologia, alla psicologia e alla psicanalisi, interpretate in un modo affatto immaginoso e passionale.
La storia come storia non c'era più. C'era, al suo posto, una specie di unica martellata maledizione, nata (in fondo) da un eccesso d'amore non corrisposto, e quindi patetica e tragica, come patetico e tragico era Cusin, eroe solitario di quel mondo che s'era costruito e in cui rimase chiuso, senza cedere, fino all'ultimo, a nessun richiamo accademico e ufficiale.
NINO VALEBI