Rassegna storica del Risorgimento

anno <1955>   pagina <520>
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520 Libri e periodici
Uco FOSCOLO, Epistolario, volume III, J 809-1811, a cura di PLINIO CARLI (Edizione nazionale delle opere di Ugo Foscolo, 16); Firenze, Le Mounier, 1953, in 8r pp, XI-645. L. 2.500.
A mano a mano che si vanno pubblicando i densi volumi àelVEpistolario del Foscolo nell'edizione nazionale delle sue opere si ha la conferma dell'eccezionale importanza della raccolta ai fini di una più sicura conoscenza del profondo spirito-dei poeta. E quanto grandi sian stati in lui la fermezza del carattere e la nobiltà dell'animo, pur tra traviamenti ed errori molteplici, rivela in particolare questo terzo volume, nel quale, più che nei precedenti, si palesa il passaggio da una cupa malinconia e da disordinate passioni all'acquisto di una sempre più solida coerenza e armonia interiore.
Lo abbiamo lasciato alla fine del 1808 in Pavia, tutto inteso alla stesura della famosa orazione. Vi lavora attorno dalle otto alle dodici di sera divorando il pranzo e, spesso, sino a non potere né mangiare né digerire S> ; ma essa <festinta lente*, perchè lo stile gli costa sudore e gli costa sangue la connes­sione delle idee sì che sfuggano la noia geometrica e l'inesattezza decla­matoria '. Il 18 gennaio è finalmente terminata; pochi giorni dopo egli la pronuncierà dalla cattedra di eloquenza, alla presenza di un vastissimo pubblico, raccolto e commosso. Anche il Monti è tra i primi ad applaudirlo e il giorno successivo gli ripete per lettera la sua lietezza per il trionfo dell'amico, ma vor­rebbe che egli non prescindesse da una costumanza per non dar campo a odiose illazioni, che aggiungesse, cioè, alla prolusione due parole, un cenno che toc­chino apertamente le lodi dell'Imperatore e del Principe. La risposta del Foscolo, per la sua fierezza, è ben degna di essere ricordata ...Dell'avvenire né spero né temo, onde, poiché avrò fatto ciò che io dovrò come uomo libero, devoto alla patria, alle lettere e alle leggi, lascierò che la Fortuna si studi di farmi ridere o piangere. Con questo consiglio ho scritto l'orazione; cosi l'ho pronunziata, cosi la stamperò senza che le speranze o i timori o le previdenze mi facciano aggiun­gere o togliere sillaba . Il 3 febbraio inizia le sue lezioni e sono venuti da Milano ad ascoltarlo moltissimi dotti e persone del Governo e quasi l'intera popo­lazione pavese; ed egli si propone di fare sino alla fine dell'anno due lezioni per settimana e di cessare solo quando né gli occhi suoi vedranno per troppa vigilia>, né il cuore gli dirà più d'amare le lettere, l'onore e l'Italia.
Ma, come è ben noto, la cattedra per motivi politici sarà presto soppressa e appena cinque lezioni (nobilissime lezioni!) gli sarà concesso di tenere. L'ultima sarà detta dal poeta il 6 ghigno: giorno memorabile per lui più che non quelle della prolusione, perchè la sala e le finestre erano affollatissime di volti che ascoltavano con mesta attenzione, e gli occhi suoi rivolgendosi nel discorso in­contravano molti occhi pieni di lagrime, forse perchè tutti sapevano che lo avrebbero udito per l'ultima volta. E fu dagli astanti accompagnato, al termine della lezione, a casa tra il pianto e gli applausi. E il giorno successivo egli scri­verà a Giambattista Giovio die il ricordo di quella dimostrazione di stima, gli resterà come tesoro della nobiltà e dell'amore con cui ha coltivato gli studi e lo compenseranno* almeno in parte, delle ire della fortuna e della guerra che < solo per decreto della natura egli alimenta sempre dentro di sé.
E la fortuna ricomincicrà davvero a perseguitarlo, dopo il breve periodo di serene speranze: la stampa del manoscritto della prolusione, ritardata perchè egli volle ripulirne con cura meticolosa la forma, è vivamente elogiata dagli amici (il Giovio, tra gli altri, vi trova pensieri acuii e profondi e stil nobile e forte e bei tratti di affetto e un accortissimo innesto nei ragionamenti); ma i gramma­tici, i retori, i letterati per arte, i cortigiani, i giacobini, percossi dall'intenzione deliberata di dire U vero, la lacerano da mille parti e da mille ferite accu-