Rassegna storica del Risorgimento

anno <1955>   pagina <523>
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Libri e periodici 523
dall'oblio, e, se non altro, gli frutteranno la compiacenza di aver spesa inno­centemente e generosamente la vita . E poiché i letterati gli dan voce di sov­vertitore della gioventù, che egli invece vuol ammaestrare a disprezzare i vili con il silenzio- e a commiscrare i pazzi e i perversi, le annuncia che ha fallo incastrare su di una tabacchiera il ritratto di Socrate: guardandolo impara a sorridere delle miserie umane. E vorrà come Socrate sacrificarsi alla verità e alla patria.
Ormai la vita di Ugo è segnata: a nessuno e a nessuna cosa del mondo sacrificherà i principi che considera dote divina e dote dell'anima sua e sua sola e sicura proprietà sulla terra. Dirò con le belle parole del De Sanctis: rimarrà sul piedestallo come un eroe di Plutarco. Questa la coscienza morale del Foscolo, che, d'ora in poi, lo sorreggerà, pur tra le dure traversie che ancora l'attendono; coscienza che in fondo fu fede religiosa, perchè non fu un ateo il poeta: dubitò dell'esistenza di una vita ultraterrena, ma ebbe sicura certezza che l'uomo, con l'incessante aspirare agli eterni valori dello spirito e all'immor­talità della Patria, trascende limiti segnatigli da un tristo destino. Su codesta concezione eroica si educheranno i giovani del Risorgimento alla virtù, del sa­crificio.
Un saggio particolare meriterebbe questo volume, documento prezioso non solo per la conoscenza della personalità del poeta, ma, ancora, per il suo alto valore let­terario. Nei due precedenti, e specialmente nel primo, vi erano spesso eccessi di esasperazione e d'incupito dolore o toni irruenti e qualche atteggiamento teatrale alla maniera dello Ortis, pur tra pagine di fresca ispirazione; ma qui, pur conser­vando qua e là qualche velatura morbida e melanconica, in corrispondenza della maggiore calma interiore, lo stile è fatto più immediato e condensato. E più vari gli argomenti: or son fuggevoli tocchi descrittivi che illuminano una scena, or son note inusitate di schietto umorismo; or son lunghi discorsi che egli fa di lontano con persone care per distrarsi dai tristi pensieri o per cercar rimedio alla noia; or son pagine delicate e tranquille in cui par voglia dar libero corso alla fantasia (bellissime quasi tutte quelle indirizzate al Giovio). Talvolta il pe­riodo, specie se tratta per incidenza argomenti di filosofìa o di letteratura, sì estorizza e si amplifica e assume (come fu già acutamente osservato) un tono quasi oratorio. Fecondi pensieri egli esprime spesso sulla natura dell'arte e molti di essi preannunziano di già i fondamenti della critica, di cui egli sarà novatore grandissimo. Profondo disprezzo manifesta per gli uomini claustrali, per i dottori che scrivono sul sublime, sul bello, sulle grazie : insegnando a ragionare logicamente essi (egli dice) divezzano il Genio dal sentire, che nel sentire con passione, a suo avviso, è l'essenza del bello. Le poetiche son canti da eunuco ; gli esemplari dei sommi artefici possono, sì, giovare ad educare all'arte; ma solo si ha arte se si ha anima, se si ha muscoli nelle viscere e nervi nel cervello. Il frutto di chi scrive con le regole son le miserabili, fredde, sguaiate, obliate tragedie del Gravina. E arte e civiltà per il Nostro son la stessa cosa, perchè nell'arte è il fiore dell'uomo ; è la vera forza naturale, tutta la vita spirituale dell'umanità .
Il terzo volume ùulV Epistolario, di cui abbiam cercato di mettere in rilievo le note, più significative (e il trattarne esaurientemente sarebbe stato ben lungo discorso) fu l'ultima fatica del Carli che a quest'opera si ora dedicalo con tanto fervore, sorretto dalla sua vigilante dottrina. Dopo aver dato alle stampe il IV tomo, di coi parleremo altra volta, e mentre stava apprestando i successivi, lo colse improvvisa la morte ad Asiago, ove villeggiava, il 10 agosto 1954. fi una perdita dolorosissima per 1 nostri studi. All'insigne letterato, al cittadino esem­plare, all'amico indimenticabile vada il rimpianto sincero di tutti coloro che lavo­rano, sia pure in campo modesto, per una Italia libbra, operosa e onesta, memore della sua millenaria tradizione. Màxam CIBAVECNA