Rassegna storica del Risorgimento

anno <1955>   pagina <525>
immagine non disponibile

Libri e periodici 525
E non conviene credere che l'aureola di fortuna e di onori da cui fu cinto il poeta abbia avuto breve durata. Non gli venne mai meno il credito dei suoi moltissimi amici altolocati e penino i mercanti furono sempre pronti a com­piacerlo e a sovvenirlo di aiuti quando egli si trovò nelle peggiori angustie. Guadagnò sempre immense somme con la penna: ad esempio, nella primavera del 1823, cioè a sei anni dal suo arrivo in Inghilterra, ricavò più di 700 sterline da un corso di pubbliche conferenze. E neppure è vero che gli amici si staccarono da lui; fu lui che si staccò a poco a poco dagli amici quando gli parve disono­revole presentarsi loro ingolfato nei debiti sempre crescenti. Egli si -era messo in testa che per frequentare la migliore società inglese fosse necessario dar prova di essere al di sopra delle necessità della vita pratica. Un impiego regolare, lo scrìvere sui giornali o sulle riviste per sopperire ai bisogni materiali gli parevano attività indegne di un' poeta e di un creatore suo pari. Vi si adattò a contraggenio sol quando non potè più farne a meno. Nel 1826, quando le sue finanze sì anda­vano facendo sempre più imbrogliate sì che egli ne fu sommerso, scriveva con sommo dolore a Fortunato Prandi : Chi studia per campare avvilisce la letteratura e il suo ingegno e tutta quanta l'anima sua; e si trova alle strette o di trasfor­marsi in ciarlatano o di rassegnarsi alla tristissima povertà.
Della folle prodigalità dell'esule non si scandalizza l'A., come non si scan­dalizzarono punto gli amici inglesi che lo soccorsero sino alla morte, mentre molti dei suoi compatrioti che si recarono in Inghilterra (tra di essi, il Pecchio e lo Scalvimi lo fecero, al loro ritorno in patria, segno spesso di grossolane con­tumelie. Il Vincent, con un senso nobile di comprensione di cui dobbiamo essergli ben grati, difende il poeta anche da gravi accuse fattegli da alcuni degli esuli italiani nei quali il Foscolo si imbattè in Inghilterra, e tra le altre, la più severa: che egli cioè nei suoi conversari abbia usato assai sovente espressioni antitaliane. Non si può negare (dice l'A.) che più volte abbia avuto parole amare verso la Patria (d'altra parte lo confermò lui stesso nella Lettera Apologetica del 1825); ma convicn considerare che se egli parlò con la voce del precursore, quando visse in Italia, ed ispirò gli uomini che la fecero, non marciò mai con loro, né con lo spirito né con la carne. Nessuno può contestargli di aver parlato con la voce alta e ardita quando il coraggio era una virtù pericolosa; ma, lontano dalla patria, egli non potè capire che frattanto qualcosa era mutato da noi e, venuto a contatto diretto con le istituzioni e le tradizioni di un popolo libero, si confermò vieppiù nell'idea che l'Italia doveva percorrere ancora un lungo cammino prima di conseguire una tale libertà: le chiacchiere spesso inconcludenti dei profughi italiani lo infastidivano né poteva egli dimenticare i cacciatori d'impieghi in grande affanno in patria, a suo tempo, per entrare in grazia del nuovo dominatore straniero.
Per comprendere nella sua interezza la natura per molti lati contrastante del Foscolo è necessario, a detta dell'A., studiarlo nella sua vita amorosa, perchè solo nell'amicizia e nell'amore giungono le sue idee e i suoi sentimenti a conci­liarsi in una forma d'espressione chiara e rivelatrice. Perchè il Foscolo (e io son ben lieto che il Vincent esprima al proposito lo stesso giudizio più volte da me espresso su questa rivista, in contrasto con le insinuazioni dei biografi pettegoli) non fu certo un fianeur, ad onta delle vanterie di cui soleasi compiacere: l'amore per lui fu un'imperiosa necessità, mai, o assai raramente, un passatempo . Sebbene interrotte e variate da amori di specie diverse, di breve durata, come la relazione appassionata con l'Arcse, due tendenze (nota acutamente il Vincent) emergono costantemente e chiaramente nei suoi rapporti verso la donno, e le due sole che al Foscolo apparivano di capitale importanza, e cioè; l'amore per la donna-madre, dì fronte a cui egli si sentiva come un fanciullo bisognoso di con­forto e di protezione (amore impersonato, ad esempio, nella Tcotochi Albrizzi); e l'amore per la ninfa immacolata, fresca, libera e serena, il cui sorriso si diffonde