Rassegna storica del Risorgimento

CATTOLICI ; GARIBALDINI
anno <1956>   pagina <226>
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226 Alfredo Barila
monarchia piemontese. In un secondo momento a ostacolare il passaggio dello Stretto intervennero le diplomazìe europee, e specialmente quella fran­cese che. cercò di avere dal sovrano britannico il consenso di sbarrare con le flotte riunite il passo a Garibaldi.
Fu mentre pesavano queste minacce che Garibaldi inviò 200 suoi uomini sulla costa calabrese al comando di Benedetto Musolino. Non azione episo­dica, quindi, questa con cui Garibaldi rompeva gli indugi dell'inazione sulla costa siciliana, ma impresa maturata e gravida di conseguenze.
Garibaldi non. accompagnò affatto fino a metà dello Stretto la piccola spedizione. Il Golini, diligente annotatore di quanto si riferisce al suo Gene­rale e che ci parla del commovente saluto da lui rivolto al drappello partente: A voi l'onore di precedermi, l'impresa è ardita ma ho fede in voi. Vi conosco a prova e ci rivedremo tra poco... , ce lo esclude, riportando queste parole ed affermando che mentre egli era sulla spiaggia la piccola schiera gli sfilò davanti silenziosa, distendendosi lungo il canale... quando il Generale fu assicurato che tutti eravamo imbarcati, all'ordine secco di avanti dato da Lui tutti i remi, come un remo solo, furono in acqua e si uscì dal Canale come saetta.
Da qui cominciano le difficoltà dell'audace arditissima impresa. I peri­coli cominciano nello Stretto. I borbonici avevano avuto sentore della spedi­zione e le fragili imbarcazioni garibaldine furono costrette a sfilare sotto l'om­bra minacciosa d'una fregata nemica. Qualche colpo di cannone, tirato dai forti borbonici, e la mancanza assoluta di contatto dell'audace drappello col grosso delle truppe garibaldine, fanno disperare perfino il generale del­l'esito della impresa. Ma, invece, questo manipolo di generosi, abbandonati a se stessi, tra mille ostilità, assolve egregiamente il suo compito, tanto da far sbalordire lo stesso generale, quando ne avrà conosciuto a Mento l'ope­rato.
Dopo lo sbarco a Pizzo hanno inizio per questi audaci delle serie diffi­coltà, che avrebbero stancato chiunque: sono dieci giorni di cammino, di stenti, di fame: pochi contro migliaia di borbonici che niente di meglio avreb­bero chiesto che di infierire sul piccolo drappello vagaute sull'Aspromonte, tra popolazioni rese ostili e fanatiche contro i diavoli garibaldini . La salvezza di questi valorosi si deve al pregiudizio borbonico di non sguarnire il litorale, dove si attendeva nell'inazione e nel generale disorientamento lo sbarco di Garibaldi. Ogni giorno i garibaldini di Musolino compiono un'impresa nuova: le cime dell'Aspromonte, i forestali, S. Stefano, Melia, conoscono il loro aggirarsi audace. Bagnara sa la loro brillante incursione, in pieno giorno, mentre i soldati regi rigurgitavano nella solatia cittadina; Pedavoli, famosa per i suoi montanari, fedelissimi al Borbone, devo pagare lo scotto all'audace Golini; S. Lorenzo, col suo benemerito sindaco Bruno Rossi, diventa l'estremo propugnacolo dei seguaci di Benedetto Musolino, quando, scacciati da ogni altro luogo, affamati e disperati si ritirano su quell'estremo cocuzzolo aspro-montano e vi proclamano... la decadenza del regime borbonico!
Ed ecco, quando tutto sembra perduto, e la fame e le avversità consigliano di giocare tutto su una carta disperata con un'audace incursione su Melito, invece che l'ira dei nemici borbonici si va a sfidare i bollenti furori di Bixio, sbarcato poche ore prima su quella spiaggia. Finalmente, come compenso alle sovrumane fatiche e all'ardimento generoso, viene concesso ai seguaci di