Rassegna storica del Risorgimento
CATTOLICI ; GARIBALDINI
anno
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1956
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pagina
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228
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228 Alfredo Barila
glia di Cala la fi mi e introduci! nelle suo pagine con tonta ilare ammirazione. Macchiette nel quadro grande, veggo quei francescani che combattevano per noi. Uno di essi caricava un trombone con manate di palle e di pietre, poi si arrampicava e scaricava a rovina. Corto, magro, sudicio, veduto da sotto in su a lacerarsi gli stinchi ignudi contro gli sterpi che esalavano un odore nauseabondo di cimitero, strappava le risa e gli applausi, Valorosi quei monaci, tutti, fino all'ultimo che vidi, ferito in una coscia, cavarsi la palla dalle carni e tornare a far fuoco.
E veniamo ora alla figura complessa di fra' Pantaleo. Si sa che questi, in seguito, trasportato dal suo carattere ardente, butterà la tonaca alle ortiche e seguirà, per altre vie, il suo instancabile sogno di uomo di azione. Ma in questo momento è frate ed è sincerissimo, Garibaldi lo chiama: Ugo Bassi delle due legioni. In Alcamo, come anche attesta l'Agrati, Garibaldi entrò coi suoi ufficiali nel Duomo, dove fra' Pantaleo, salito all'altare, imparti la benedizione solènne. E così annota lo stesso Abba nell'altra sua opera Storia dei Mille riferendo la strana cerimonia: Garibaldi schiettamente, semplicemente, in mezzo al popolo, si sottomise alla Croce che il frate gli impose sulla spalla, proclamandolo guerriero mandato da Dio. La scena fu un po' strana ma il generale stette con tanta sincerità di spirito che neppure i più filosofanti della spedizione ebbero a ridire. Fu un lampo di misticismo sprigionato dall'anima di lui, formata d'un po' di tutte le anime grandi che furono e anche di quella di Francesco di Assisi dietro al quale, nato nel suo tempo, egli si sarebbe scalzato dei primi a seguirlo.
Ma non fu l'unica cerimonia del genere a cui partecipò Garibaldi durante la spedizione. A costo di aprire una breve digressione, ricordiamo che R. De Cesare ne La fine di un regno ci attesta che quando il Dittatore entrò a Napoli il 1 settembre disse: Desidero appena arrivato di visitare S. Gennaro. E giunto al Tempio, onorò le reliquie e ricevette l'incenso come capo dello Stato. E non mancò di intervenire ufficialmente alla festa di Piedigrotta, della Madonna di settembre. Un commentatore nota: atti di ipocrisia politica? No. Egli non solo era trascinato dall'entusiasmo religioso che lo circondava, non solo sentiva il dovere della sua condizione di Dittatore, ma, popolano, rendeva omaggio, volenteroso e spontaneo alla fede del popolo.
Ma altri membri del clero noi troviamo in azione nelle memorie del Golini e negli appunti annessi all'opuscolo del Morabito, tratti dall'archivio Più tino. Noi ne parliamo per congiungere idealmente la Sicilia al resto dell'Italia meridionale, mostrando come il movimento ideale fosse uguale in tutto il regno delle due Sicilie. Ed ecco anzitutto comparirci il buon prete Francesco De Girolamo, vero angelo della Provvidenza, che guida verso le turbe affamate del Golini, dopo ben due giorni e due notti di assoluto digiuno, una colonna di muli carichi di viveri, scortati da trenta uomini a lui fidi. Vero angelo della provvidenza, dicevo, perchè senza il suo intervento, la bella impresa di queste avanguardie garibaldine poteva finire miseramente! Ed ecco un'altra pietosa figura, di cui ignoriamo il nome, perchè il Golini ce lo presenta come il buon prete ohe raccoglie, insieme col farmacista del luogo, i feriti nel casino di campagna della strada MclitoReggio, fa seppellire i morti, fa trasportare i feriti a braccia a Melilo. Ecco il sobrio elogio ohe il Golini stesso fa della sua opera: H pietoso ufficio fu eseguito dal buon prete con fraterna premura, e durante il pietoso ufficio mi fu detto ohe pianse molto!. E negli