Rassegna storica del Risorgimento

1848-1849 ; DUE SICILIE (REGNO DELLE) ; LO JACONO DOMENICO MARI
anno <1956>   pagina <253>
immagine non disponibile

// problema polìtico religioso nel pensiero, ecc. 253
.Iacono, come abbiamo dotto, nettamente si distingueva dall'episcopato siciliano per il patrimonio ideologico e per la conseguente azione politica, che si opponeva ad ogni rivolgimento radicale, considerando la rivoluzione un gran male, assolutamente da evitarsi, perchè attentava al Trono e ali7 Altare.
Mons. Lo Jacono era nato a Siculiaua, in provincia di Agrigento, nel 1785; iniziati gli studi nel Seminario diocesano, li completò a Palermo, dove s'iscrisse alla Compagnia di Gesù, facendosi notare subito per la sua faconda oratoria e dottrina non comune. Di là si recò a Roma, dove visse in profonda amicizia con padre Gioacchino Ventura, assieme, al quale, ammirato, tenne un corso di predicazione nella chiesa di S. Andrea della Valle. Il suo fertile ingegno e la sua cultura ben presto attirarono su di lui l'attenzione del pon­tefice Gregorio XVT, che lo fece entrare fra gli esaminatori del clero romano e fra i consultori dell'Indice. Nominato preposto generale dei gesuiti, fondò in S. Andrea della Valle un'accademia, nella quale rifulse grandemente la sua dottrina in molti discorsi, che poi pubblicò. Eletto vescovo il 30 giugno 1844, fu destinato alla diocesi di Agrigento, dove, nell'ottobre dello stesso anno, fece l'ingresso ufficiale, rifiutando pompe e feste, che in suo onore si volevano preparare.
Il vescovo Lo Jacono giungeva ad Agrigento forte di una preparazione religiosa, attinta alle sacre fonti del Vangelo, ai Padri della Chiesa e al pen­siero feracissimo di S. Agostino e di S. Tommaso. Era molto ligio alla tradi­zione cattolica e grandemente contrario alle correnti di pensiero e alle ideolo­gie, che, scaturite in parte dal periodo rivoluzionario e napoleonico, volevano conciliare la religione con lo spirito laico del sec. XIX, auspicando una reli­gione, che non fosse quella del passato, bensì una religione nuova, democra­tica, che si potesse affiatare con le esigenze liberali: come dice il Landogna, una Chiesa conciliata con la civiltà, riplasmata in forme democratiche e benedicente l'Italia. A questi principi si mostrò scettico il Cavour per il suo acuto senso della realtà; tenacemente avverso il Càspi per il suo spirito gia­cobino, che non poteva ammettere transazioni con la Chiesa cattolica; ne subirono il fascino il Lambruschini e il Mamiani, il Gioberti e il Mazzini, i quali sostenevano che democrazia e libertà non potessero essere scompagnate da un vivo sentimento religioso, e che la Chiesa dovesse essere rinvigorita da un nuovo flusso di religiosità, finche nascesse la religione civile, che insegnasse a soffrire e a sacrificarsi per un'idea, per la patria.x)
Mons. Lo Jacono, riordinato il seminario diocesano con molta rigidezza e dignità, perchè ne uscissero dei sacerdoti veramente preparati ad affrontare le vicissitudini di quel tempo, volle rendersi conto dello stato d'animo dei fedeli se vi allignasse la mala pianta del liberalismo. Egli infatti era abba­stanza noto per il suo attaccamento ai Borboni, e da Ferdinando II era stato nominato ad honorem colonnello; quindi era molto avverso ad ogni moto rivoluzionario, che avesse potuto sconvolgere la monarchia e la religione. I prodromi rivoluzionari, echeggiami in Italia e in Sicilia, moltissimo lo infastidivano, e credette opportuno il 1 novembre 1847, nella festa d'Ognis­santi, rivolgere ai suoi diocesani un'omelia per illuminarli, evitando loro di
1) F. LANDOGNA, La religioni' di Mazzini:, Giuseppe Mazzini, in / Nostri Grandi, Li­vorno, Giusti, 1925, cafi. IV.