Rassegna storica del Risorgimento

VENEZIA-GIULIA ; CATTOLICI ; CLERO
anno <1956>   pagina <264>
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Sergio Cella
I guai incominciarono pochi anni più tardi, in seguito al Concordato stipulato da Roma con l'Austria (1855). Tale Concordato, ohe Io J emolo pensa giustamente costituire una bella vittoria per Roma, costituisce almeno altrettanto preciso vantaggio per lo Stato austriaco, che può così considerare il clero cattolico come uno dei pilastri su cui reggersi. Riconoscendo infatti al pontefice il primato d'onore e di giurisdizione, concedendo che la Chiesa avocasse a sé tutta la materia matrimoniale compreso il contenzioso col conseguente annullamento dei relativi paragrafi del codice austriaco, l'Au­stria conserva e rafforza il suo diritto di nomina o conferma di tutte le più, importanti cariche ecclesiastiche, assieme alla vigilanza dell'amministrazione patrimoniale. I vescovi venivano proposti dallo stesso imperatore per la nomina, e, nominati, gli prestavano giuramento di fedeltà ed obbedienza.
Essi godevano d'importanti diritti politici, e in Istria partecipavano quali membri di diritto (e non elettivi) ai lavori della Dieta provinciale, la quale era un vero e proprio piccolo parlamento. La gerarchia cattolica par­tecipava all'amministrazione pubblica in funzione conservatrice e governativa come dimostra il suo comportamento fin dalle prime sedute di questa mede­sima Dieta, e in particolare nelle memorabili sedute dell'aprile del 1861. La grande maggioranza dei deputati provinciali (liberali nazionali) si rifiutò allora energicamente votando nessuno ad eleggere un deputato dell'Istria al Consiglio dell'impero austriaco; non si rifiutarono però al voto i tre vescovi di Trieste, Parenzo e Veglia che partecipavano alle sedute e grandemente s'indignarono del comportamento separatista dei loro colleghi, manifestazione di slealtà alla monarchia asburgica.
Sciolta la Dieta, essi poterono perciò esultare nel settembre per la com­posizione della Dieta successiva, costituita per l'astensione dei liberali nazionali da una maggioranza di impiegati giudiziari austriacanti. Non mancò poi, a rendere maggiore il loro successo, uno stretto accordo tra il barone B urger, luogotenente di Trieste, e il vescovo Giorgio Domila, fedelis­simo dell'arcivescovo di Zagabria Strossmayer e corifeo dello slavismo in Istria. A questo vescovo, eletto alla cattedra parentina fin dal 1857, andrebbe dedicato largo spazio, poiché fondatamente si è visto in lui uno dei primi consiglieri di Francesco Giuseppe per una politica slavofila in funzione anti-taliana, e nella sua permanenza in Istria egli fu veramente l'anima del pan­slavismo aggressivo ed accumulò denaro per attuare il progetto del seminario, in modo da farne uno strumento ad esclusivo favore della propaganda slava. Con lui assunse imponenti proporzioni l'immigrazione nella provincia di preti slavi, cui egli volentieri affidava le parrocchie di campagna e talvolta anche quelle di cittadine costiere prettamente italiane. Ebbe inizio così, ad opera precipua del clero, la serrata propaganda slava intesa a risvegliare il sopito senso nazionale (e nella stessa Dieta del '61 il vescovo Vitezich affermava la prevalenza in Istria degli Slavi, cui non corrispondevano prevalenti diritti). Ma mentre il Risorgimento italiano, insieme all'unità nazionale, aveva per meta la fratellanza europea, mentre i liberali istriani mostravano compren­sione e simpatia pel Risorgimento nazionale slavo (considerato un alleato contro il centralismo austriaco), i propagandisti slavi parlavano di cac­ciata degli Italiani da terre usurpate, di guerra santa per la grande Slavia, e segno indubbio del carattere espansionistico del loro movimento si servivano per lo più della lingua italiana. I sacerdoti ne erano la guida rico-