Rassegna storica del Risorgimento
VENEZIA-GIULIA ; CATTOLICI ; CLERO
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1956
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Sergio Cella
della Valle un'adunata di delegati slavi organizzata dal clero: essa, affermando il suo lealismo dinastico, prendeva posizione contro l'irredentismo degli Italiani e chiedeva l'apertura di scuole slovene a Trieste.
Era nata intanto in Italia, per opera dell'Imbriani, l'Associazione nazionale prò Italia irredenta. La sua attività aveva risonanza piuttosto limitata nelle Provincie irredente, sia per le difficili comunicazioni, sia per la diversa natura della lotta politica; va notato tuttavia che gli uomini più autorevoli di questo movimento che faceva sue le istanze degli Italiani d'oltre confine erano l'an titesi piena del clericalismo, tutti d'impronta radicale, spesso repubblicana e massonica, molti d'origine israelitica, e consideravano a maggior ragione irredenti quegli Italiani che sottostavano ad una monarchia assolutistica e clericaleggìante.
Giovanni Glavina ebbe nel '78 la nomina a vescovo di Parenzo e Fola e potè aprire poco dopo a Capodistria il convitto diocesano per Italiani e Slavi, sussidiato dalla Giunta provinciale che riconosceva il suo apostolato di pacificazione e carità. Ma passato poco di poi a Trieste, il Glavina si trovò in balia della fazione panslavistica più intransigente e si mostrò presto intollerante alla pari del suo predecessore. Per opera sua trovava attuazione il progetto di quello, con l'apertura nell'83 di un convitto slavo-tedesco chiuso agli Italiani. Perciò l'ostilità della popolazione italiana verso il clero nella maggioranza slavofilo e austriacante cresceva, e pochi corregionali si dedicavano alla carriera sacerdotale. Più facilmente quindi i posti vacanti venivano fatti occupare da Slavi della Carniola, Croazia e Boemia e si diffondeva il culto dei santi moravi Cirillo e Metodio, apostoli del cristianesimo nei paesi slavi, e si introducevano arbitrariamente nella liturgia la lingua slava e i testi glagolitici.1)
Un grave peggioramento della situazione degli irredenti ai ebbe poi con la stipulazione del trattato della Triplice (1882), che obbligava il Governo italiano a combattere le forze irredentistiche interne e ad abbandonare a se stessi i connazionali d'oltre confine, mentre come dimostrò il Salata il trattato non garantiva esplicitamente neppure le frontiere italiane né la recente occupazione di Roma, proprio per gli scrupoli religiosi dell'imperatore d'Austria.
Nell'83 riprendeva con vigore la pressione slava. Veniva proposta ed attuata dal Governo la bilinguità dell'Istria, venendo coonestati cosi gli abusi dei preti che da anni quali ufficiali dello stato civile avevano slavizzato abbondantemente i cognomi, sìa scrivendoli con la grafia slava, sia aggiungendovi il suffisso cica. Vennero creati su due piedi dagli stessi sacerdoti nuovi nomi, croati e sloveni, per località che avevano fino allora solo nome italiano, e questi nomi ricevevano il crisma dell'ufficialità nelle pubblicazioni ecclesiastiche, come gli Stati personali del clero (solo nella diocesi di Trieste si inventarono 43 nuovi nomi slavi). Alle sedute della Dieta i deputati slavi, tra ì quali accanitissimo il sacerdote Spincìch, presentavano proposte in lingua croata e con la loro condotta acuivano i contrasti di razza, per nulla
0 Sulla questione, si consultino: 'BBIINAHIM BtóìSossx, La Liturgia slava ncWIslria, Atti e Memorie della Società Istriana di archeologia e storia patria, v. IX, f. 1 e 2, Purenvio, 1893; GIOVANNI PESANTE, La liturgia slava con particolare riflesso all'Istria, Paremso, Gouua, 1893 e FRANCESCO SALATA, L'antica diocesi di Ossero e la liturgia slava, Polo, Martinolich, 1897