Rassegna storica del Risorgimento

REGIONALISMO ; MINGHETTI MARCO
anno <1956>   pagina <288>
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IL REGIONALISMO DI MARCO MINGHETTI LIBERALE DI DESTRA
Nelle vicende delle nuove provinole annesse al Regno d'Italia, in seguito al trattato di S. Germano, di massima importanza fu quella dell'assimilazione poKticoamministrativa di esse al Regno, in un momento in cui si sentiva impellente il bisogno di riforme, vuoi neU'amministrazionc della giustizia, vuoi nell'ordinamento finanziario e scolastico, in un momento in cui si sen­tiva, insomma, il bisogno di riformare radicalmente l'organismo statale. Allora partiti grandi e piccoli recavano nel loro programma la parola decen­tramento, alla quale non sempre corrispondeva un chiaro concetto. (Vedi il programma del partito popolare, del partito del rinnovamento e quello dei fasci di combattimento del 1919 e del partito democratico liberale).
Alcuni uomini delle nuove provincie, e proprio di quelli che più gagliar­damente avevano combattuto nelle file irredentistiche, avevano assunto di fronte alla minacciata assimilazione, tipo Rattazzi, l'ingrato incarico di difendere le autonomie provinciali e comunali, cioè le libertà dei comuni e delle provincie, che tanta importanza avevano avuto nella difesa del prin­cipio di nazionalità nelle provinole italiane, rimaste sotto la dominazione austriaca dopo la cessione del Veneto (1866) al Regno d'Italia. Impresa in­grata, perchè volta alla difesa di istituti, che a non pochi Italiani, assuefatti all'accentramento di marca francese, sembravano istituti austriaci per eccel­lenza e, quindi, autriaci e austriacanti coloro, che a viso aperto li sostenevano. Si ebbe quindi la paradossale situazione che uomini i quali avevano sofferto il carcere e il confino, per l'idea della nazionalità italiana e che l'Austria avevano combattuto venissero accusati d'austriacantisnio, mentre i recenti o recentissimi convertiti all'idea nazionale italiana, che pur di passare per fedelissimi d'Italia, buttavano a mare il buono e il cattivo ereditato dal­l'Austria si considerassero e, ahimè, venissero considerati paladini del nuovo ordine di cose.
Si stabilì così un'atmosfera di sospetto, d'incomprensione, tra quegli uomini e i novelli amministratori, col risultato che molti dei primi s'appar­tarono dalla vita politica.
Ora nelle numerose dichiarazioni di comuni e di enti autarchici, in ge­nere, a favore delle autonomie (veggasi la relazione sulla discussione in pro­posito avvenuta in seno alla giunta provinciale istriana nellVistone di Pota, anno IV", n. 89) spesso, a corroborare la tesi autonomistica, si menzionava il principale autore del nostro Risorgimento, il conte di Cavour, si menzionava Marco Minghetti, l'insigne statista bolognese, il quale con maggior cono­scenza del problema amministrativo italiano aveva sostenuto una tesi ana­loga nel suo progetto delle regioni, òhe tanta opposizione aveva incontrato nei pavidi politici del parlamento subalpino, ai quali un decentramento amministrativo sembrava dovesse scuotere l'unità statale italiana, che tanti dolori e tanto sangue era costata: dogma questo dell'unità che fu, per Urbano Rattazzi, guida in quell'affrettato e incomposto lavoro d'assimilazione, cagione di tanto malcontento nel Veneto e nella Lombardia e di tante sterili lotte.