Rassegna storica del Risorgimento

REGIONALISMO ; MINGHETTI MARCO
anno <1956>   pagina <289>
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Il regionalismo di Marco Minghetti, liberale, ecc. 289
Pertanto chi ha l'onore di parlarvi, il quale fu spettatore di queste lotte nelle nuove provìncie, lotte che sicuramente hanno avuto la loro analogìa con quelle svoltesi nella Lombardia e nel Veneto nei primi anni dell'annessione al Piemonte, sentì il bisogno di conoscere più da vicino le teorie amministra­tive di Marco Minghetti, uomo di stato intimo del Cavour, liberale di destra e regionalista, liberale di destra e avverso alle teorie contrattualiste e cre­dente in un superiore disegno provvidenziale, secondo il quale si svolge l'attività politica e, quindi, anche quella economica. Gli furono imputate la convenzione di settembre, come un delitto, la repressione dell'ita municipale di Torino come un atto di debolezza, eppure il Cavour prima d'avviarsi a Plombières aveva voluto avere con lui un colloquio; ambasciatore a Vienna aveva consigliato senza dubbiezze l'andata a Roma. 11 suo regionalismo, quindi, in nessun modo può essere considerato come qualche cosa di perico­loso alla costituzione stessa dello Stato unitario italiano. Vediamo ora in che cosa consista il regionalismo minghettiano. Per ben comprenderlo giova prima proporsi questo quesito: è bene che l'azione governativa, tutta l'azione governativa, parta da un solo centro o è bene che questa azione si irradi da più centri? È questo insomma il problema d'ordine politico amministrativo che ha occupato invano i politici d'Italia fino all'avvento del fascismo.
Marco Minghetti fu proprio come il Cavour convinto fautore del deceu-tramento amministrativo e fu l'autore di quel progetto di legge delle regioni che da alcuni scrittori, per esempio* dall'Artom {Nuova Antologia., 1922) e dal Petaceia, è attribuito al Cavour stesso. Può darsi che la prima idea del decen­tramento amministrativo sia del Cavour, ma l'ordinata esposizione di un pia­no di decentramento in un progetto di legge è cosa tutta sua. Egli era con­vinto che l'esuberanza del capo trae seco l'esilità delle membra, in altre parole, che là ove straordinaria sia l'ingerenza dei poteri centrali i comuni e le Provincie languono nel torpore di una vita abulica e un perpetuarsi dello accentramento riduca l'individuo ad un essere irresoluto e debole che tutto aspetta dal governo, giacché ogni vera e propria iniziativa che si prenda nella regione subisce mille intoppi, mille remore, a tacere del fatto che, avendo le singole regioni una configurazione storico-geografica differente, l'estendere a tutte le stesse leggi e gli stessi regolamenti è fonte di danno e di malcon­tento e gli esempi sono e saranno sempre tanti che è qui inutile esporli.
All'Italia fu imposta la camicia di Nesso dell'accentramento francese, accentramento voluto in Francia dai fanatici seguaci dell'unite, concetto che, a mio credere, derivava dall'ossequio assoluto alla teoria del diritto naturale, in quanto questa assumo la natura umana eguale in tutti i paesi, in tutti i tempi e quindi ovunque governabile con le stesse leggi. I zelatori dell'unità consideravano come una specie di sacrilegio l'idea di alcuni tra i più colti. Girondini di dare, cioè, alla repubblica di Francia un governo ispi­rato al decentramento politico amministrativo che avrebbe rese forse impos sibili molte follie dei dottrinari deU'89. Ma questa ossessione dell'unità animò il partito della Montagna, che fu per istituto nemico di ogni autonomia e di ogni varietà* Il principio dell'eguaglianza, applicato alla amministra­zione dello Stato condusse a quello dell'unitarietà in teoria e in pratica al­l'accentramento più assoluto. E ciò per non aver osservato un insegnamento del Montesquieu, il quale ammoniva che la costituzione inglese non dovesse essere applicata ai vari paesi integralmente, ma adattata avendo riguardo