Rassegna storica del Risorgimento

VENTURA GIOACCHINO
anno <1956>   pagina <293>
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UN ILLUSTRE SICILIANO: IL PADRE GIOACCHINO VENTURA DA RAULICA
Quando, pochi anni addietro furono commemorati gli uomini illustri della Sicilia, fu dimenticato Gioacchino Ventura, della cui importanza si ha subito un'idea, ricordando le parole con le quali Carlo Rémusat cominciava nella Revue des Deux-Mondes del 1853 un suo breve scritto intorno al Ventura, Lepóre Ventura et la philosopìtie: fatto notevolissimo, i tre uomini che hanno in questi ultimi tempi illustrato maggiormente il clero dell'Italia, sono tre metafisici, Vincenzo Gioberti, l'abate Rosmini-Serbati e il padre Ventura di Raulica; e appresso aggiunge: un altro segno di comunanza che loro è propria accresce per noi i loro diritti ad una rispettosa attenzione. Non fu alcuno di essi che, venuto il momento favorevole non abbia fatto il pensiero di una riforma dello stato politico dell'Italia. E anzi si può dire esplicita­mente che essi portarono validi contributi al risorgimento della nazione.
Gioacchino Ventura era nato a Palermo dal barone Giovanni Ventura da Raulica nel 1792. Nelle scuole diede prova di singolare ingegno, e, termi­nati a quindici anni i suoi studi scolastici, per desiderio della madre entrò nel collegio dei gesuiti, che poi lo occuparono nell'insegnamento della scuola di retorica, e quando i gesuiti furono banditi dalla Sicilia, egli, che presto aveva sentito la vocazione per lo stato ecclesiastico, entrò nell'ordine dei teatini i quali poi si valsero della sua cultura giuridica per la tutela dei loro diritti.
Frattanto egli cominciava in Sicilia la sua attività d'oratore sacro, con molto plauso, che crebbe grandemente quando, promosso generale del suo ordine, andò a stabilirsi in Roma dove ebbe occasione di predicare, prima in Sant'Andrea della Valle, poi in San Pietro.
II grande amore che aveva agli studi lo portò ad accostarsi a quel gruppo di filosofi francesi che miravano a rialzare le sorti della religione dopo la depressione che vi aveva portato la rivoluzione dell'ottantanove. Il Ventura s'accostò particolarmente a L. G. A. De Bonald, a Giuseppe De Maistre e a F. La Mennais, abbracciando, sebbene con certa moderazione, l'indirizzo tradizionalista, da cui non sì distaccò mai interamente in Seguito, ed ebbe comune con il Lacordaire, il Montalembert e il La Mennais, redattori del giornale L~'Avenir, una viva aspirazione ad accordare il rispetto per l'autorità con l'amore alla libertà, riconoscendo la necessità dell'ordinamento autonomo dello stato moderno. Avvicinò specialmente il La Mennais, autore della famosa opera Saggio sull'indifferema in materia di religione, e si adoperò a riconci­liarlo con l'autorità pontificia, ciò che da principio sembrava riuscire per ef­fetto dello spirito conciliativo che egli spiegava con l'ardente scrittore fran­cese; ma poi presso il pontefice Gregorio XVI prevalse l'elemento reazionario, e il La Mennais, irritato per i provvedimenti disciplinari, finì per distaccarsi interamente dalla Chiesa, ponendosi, anzi, contro di essa, tra le file dei rivo­luzionari più. audaci, e il Ventura, che aveva goduto la maggiore fiducia del pontefice Leone XII, durante il pontificato di Gregorio XVI fu tenuto lon­tano dalla Curia, e si ritirò nella sua cella monastica, dedicandosi con profondo