Rassegna storica del Risorgimento

VENTURA GIOACCHINO
anno <1956>   pagina <296>
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296 Giacomo Cremona Casoli
commovente, e il Ventura vi spiegò più largamente il suo pensiero sull'allean­za della religione con la libertà, e vi giunse all'ardita affermazione che la radice del famoso trinomio Libertà, Egalitó, Fralernité era nel cristianesimo. L'ardore di quel discorso fa ricordare al prof. Luigi Ferri il Savonarola.
La censura ecclesiastica non colpì da prima il discorso che egli stampò con un'introduzione dichiarando, frattanto, che avrebbe sempre rispettato il giudizio dell'autorità ecclesiastica. Egli infatti non era soltanto ardente­mente religioso, ma anche devoto alla più rigorosa disciplina ortodossa, tanto che quando più tardi il discorso fu posto all'Indice, egli si sottomise nel modo più ampio al decreto della Congregazione romana, e non lo ristampò più.
Dal principio del 1848 la Sicilia era insorta contro il governo di Napoli, aveva costituito un proprio governo con a capo Ruggero Settimo, e aveva rimesso in vigore la costituzione del 1812, combattendo animosamente con­tro l'esercito borbonico. Per l'occasione il Ventura fece varie pubblicazioni, fra le quali merita d'essere ricordata una memoria Per lo riconoscimento della Sicilia come Stato sovrano ed indipendente, x) dove afferma bensì con vigore l'italianità della Sicilia, ma, nel reagire contro le prepotenze del governo borbonico, perde di mira quelle aspirazioni che allora erano già cominciate a sorgere nelle varie parti d'Italia, verso una unificazione politica della peni­sola, almeno in forma federativa, ed eccede nelle rivendicazioni della auto­nomia dell'isola. In questa memoria si esprime coraggiosamente contro i sistemi di Ferdinando II, e giustifica la insurrezione siciliana, dichiarando dottamente le sue idee intorno alle origini del potere ed alla sovranità del popolo. E contrario al cosiddetto diritto divino o legittimismo dei governi assoluti, ed espone la dottrina di S. Tommaso intorno al fondamento del potere politico. Il Ventura afferma che la sovranità deriva direttamente dal popolo, o, come s'esprimeva S. Tommaso, dal Comune Perfetto; con­cetto che il Ventura trova confermato, con particolari citazioni, dal Bellar­mino, dal Suarez, da S. Alfonso de' Liguori e da altri fra i cattolici, come dal Grozio, dal Cocceio (e altrove aggiunge dal Puffendorf ), fra i protestanti, dot­trina conforme a quella dei giureconsulti Pomponio e Ulpiano, accolta nelle Istituzioni di Giustiniano. Dichiara quindi legittimo e giusto il decreto del 13 aprile 1848 col quale il Parlamento di Sicilia dichiarava decaduto dal trono Ferdinando II e con lui la sua dinastia. Enumera poi i motivi per cui gli altri Stati italiani non vogliono riconoscere il nuovo assetto della Sicilia.
H nuovo governo indipendente della Sicilia aveva nominato il Ventura ministro plenipotenziario a Roma. Frattanto Pio IX, dopo l'assassinio di Pellegrino Rossi, aveva abbandonato Roma e s'era rifugiato a Gaeta presso Ferdinando II. Il Ventura deplorava la partenza del papa ed esprimeva il suo giudizio sulle tristi condizioni di Roma in quel momento grave, adoperan­dosi anche a scolparsi dalle accuse che sapeva dirette contro di lui nelle alte sfere ecclesiastiche. Egli si trattenne a Roma anche dopo la partenza di Pio IX; ma per riguardo a lui, rifiutò di entrare a far parte dell'Assemblea costituente, tornando a dedicarsi ai suoi studi nel chiostro; poi, nel maggio 1849, si ritirò a Civitavecchia, tentando ancora di far sentire la sua voce per calmare il turbine delie passioni; ma ormai, persuaso di non poter più riuscire,
!) Palermo, Dato, 1848, 2* od.