Rassegna storica del Risorgimento
LABRIOLA ANTONIO ; STORIOGRAFIA
anno
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1956
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pagina
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312 Luigi Dal Pane
zione d'Italia in tutti gli anni anteriori al 1870* nei quali le altre nazioni direttive posero le premesse e dettero la prima potente avviata alla presente espansione e gara veramente mondiale.
Dal 1870 in poi è corsa insistente l'opinione, ripetuta anche da scrittori per altri rispetti degni di considerazione, che, a risorgimento politico finito, l'Italia sia riuscita inferiore all'aspettazione. Ma a anale e dì chi? All'aspettazione forse si rinnovassero l'Impero romano, i fasti dei Comuni medievali, o simili altre cose, le quali non hanno ora più. ragion d'essere al mondo ? La verità vera è che l'Italia, uscendo da secoli di effettiva decadenza e passando poi per la tensione cospiratoria e per l'ardore delle rivolte, non ha portato nel nuovo assetto una proporzionata esperienza di politica moderna; tant'è che fino ad ora la letteratura politica da noi presso che non esiste. La tradizione letteraria avea invece creato e mantenuto in essere l'idea, o meglio l'illusione di una storia sola e continuativa di quante mai vicende si fossero svolte a memoria d'uomini su la unità geografica della penisola; e come cotesta sto* ria unica di un solo subietto (un popolo italiano un po' creato dalla fantasia) fu tra i potenti motivi ideologici della riscossa, così a rivoluzione finita VItalia è parsa troppo piccola al confronto della sua grande storia. A stato nuovo costituito con la capitale naturale, s'è finito per pigliar notizia più accertata e più tranquilla delle altre nazioni e a riconoscete che per grande stato siam troppo piccoli. Ed ecco a che si riduce: il non aver corrisposto aW aspettazione. Al rimpianto di ragione immaginaria s'è venuto sostituendo questo problema pratico: quante garenzie di stato moderno office ora l'Italia in quanto a mantenere un posto di utile ed efficace concorrente nella gara internazionale ? Non si tratta già di riportare la nostra esperienza di questi ultimi trent'anni ad un qualunque ragguaglio di sognate glorie o di aspettati strepitosi successi, ma di rispondere al prosaico quesito formulabile così: la vecchia nazione italiana, componendosi a stato moderno, di quanto s'è trovata adattabile e di quanto s'è trovata difettiva di fronte alle condizioni della politica mondiale in genere? Come ogni azione politica si riduce in un certo senso ad interpretazione operosa di condizioni date, così il giudizio che si può fare effettivamente su l'Italia dal suo risorgimento in qua si riduce a vedere se la politica ha corrisposto ai dati, e fino a che punto ci sia stata libertà di scelta net maneggio e nel governo dei dati stessi.
Così l'interpretazione della storia del Risorgimento schiudeva la via per capire la situazione dell'Italia postrisorgimentale.
Pochi, in conclusione scriveva ancora vedon chiaro in questa circostanza di fatto; che, cioè, la borghesia italiana, la quale è già oggetto, come in ogni altro paese, alle ire, e agli odii degli umili, dei manomessi, degli sfruttati, e per un altro verso è stretta e premuta dal popolo minuto, è essa stessa in se stessa instabile, inquieta, incerta, perchè l'è impedito di mettersi alla pari con quella degli altri paesi, nel campo della concorrenza. Per questa ragione, come per l'altra, che dall'altro lato essa ha il papa, con quel suo non indifferente bagaglio di cose, che solo i teorici dell'utopismo liberalesco proclamano trapassate per sempre, questa borghesia, che deve ancora ascendere, è intimamente rivoluzionaria, come direbbe il Manifesto. E come non ha potuto esser giacobina, quanto sarebbe stato il naturale istinto suo, s'è acquetata nella formula del re per la grazia di dio e della nazione ad un tempo. Non potendo questa borghesia fare assegnamento sul rapido sviluppo di una