Rassegna storica del Risorgimento
PERSIGNY, JEAN GILBERT VICTOR FIALIN DE ; ROMA ; CORLEO SIMONE
anno
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1956
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pagina
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320
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320 Eugenio Di Carlo
pagine, ma assai interessante, che merita di essere ricordato per la storia di quei giorni, nei quali il problema di Roma tanto appassionava gli animi. In esso il Corleo contestava senza meno che la Convenzione del 15 settembre contenesse una formale rinunzia degli Italiani a Roma capitale, ed invece considerava questa quale un atto di politica pratica, quella politica pratica nella quale egli scriveva essere stati sempre gl'Italiani maestri alle altre genti. Per cui egli non esitava a scrivere: Gl'Italiani, conoscendo Roma, conoscendo l'impossibilità che il Papa vi duri da sé cessato il puntello delle baionette straniere, e conoscendo insieme che non vi è da temer nulla per lo spirituale, se cadrà da se, impotente a reggersi, il potere temporale, tutto ciò conoscendo gl'Itali a ni, han firmato ed applaudito la Convenzione del 15 settembre (p. 5). Il Corleo adunque negava che la Convenzione avesse sconfessato il voto del marzo 1861, e vedeva in essa un fatto provvisorio di carattere pratico e rimaneva fiducioso nell'avvenire, quell'avvenire che al Corleo doveva dare ragione.
Fondandosi quindi sul principio liberale dell'autodecisióne, il Corleo sosteneva senz'altro non essere possibile violentare la volontà di Roma, ove questa non avesse più voluto sentire del Governo papale; per cui, avvenuta la partenza delle truppe francesi da Roma, la rivoluzione non avrebbe mancato di scoppiare, non ostante le dichiarazioni e gli avvertimenti delle Potenze cattoliche. L'Italia egli scriveva non può mai volere che Roma non sia sua, e molto meno che i Romani debbano essere la manomorta di tutto il cattolicesimo: essa ha ben potuto promettere di non aggredire il territorio dei Papa, né di farlo aggredire da bande organizzate neUe sue terre, perchè sa di non aver diritto d'imporre colla forza un governo ai Romani; ma in conseguenza dello stesso principio sa non aver dritto essa, né altri, d'imporre ai Romani che siano loro malgrado sotto il governo del Papa (p. 7). Contrastando inoltre l'idea del Persigny, che Roma, perchè appartenente al mondo cattolico, non potesse crearsi il governo che avesse voluto; che il popolo romano dovesse essere perpetuamente il mancipio della cattolicità, egli veniva al problema di assicurare al Papa la sua indipendenza spirituale, e negava che per assicurare questa fosse necessario l'esercizio della sovranità su Roma e il patrimonio di S. Pietro. La spirituale indipendenza del Papa non avrebbe corso pericolo alcuno dalla eventuale unione di Roma con l'Italia. La grande maggioranza degli Italiani è ben persuasa che il sommo Pontefice non può esser suddito del Re d'Italia, e che è necessaria la inviolabilità della sua veneranda persona, e di certo tal luogo ove egli debba esercitare visibilmente le funzioni di capo della Chiesa. Come anche è in mente di ogni buon Italiano ch'egli debba aver sicari ed indipendenti dallo Stato i mezzi della sua più decorosa esistenza e la comunicazione con tutti i fedeli del mondo. Ma da queste inviolabilità ed indipendenza fino all'esercizio del governo regio vi è una infinita distanza. Il sommo Pontefice può benissimo conservare il suo alto dominio che lo renda inviolabile; può avere perciò una residenza di lui degna, ove senza dipendenza alcuna eserciti i suoi atti pontificali; può e deve avere a sé, senza l'intermedio dello Stato, i suoi mezzi di alta sussistenza e di inattaccabile comunicazione: ma tutto ciò... non implica l'esercizio della sovranità temporale, nò ..... che il vicario di chi disse a Pilato non esser di questo mondo il regno, non possa, altrimenti che da sé, esercitar le funzioni stesse di suo vicario! (p. 20-21).