Rassegna storica del Risorgimento

VERONA ; COMPAGNIA DI GES? ; MONTANARI CARLO ; GIOBERTI VINCENZ
anno <1956>   pagina <335>
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Un*inchiesta di Carla Montanari sui Gesuiti, ecc. 335
sarsi nelle famiglie. Prudenti come erano, essi cercavanoprima di agire di piantare sodi fondamenti. I due principali mezzi di penetrazione erano anche allora, come sempre, costituiti dall'affluenza, ai loro confessionali, di cericene femmine e dalla numerosa scolaresca reclutata presso le famiglie più nobili e influenti. Alle peccatrici era normalmente concessa una larga indulgenza; con gli studenti si spiegava un certo fascino che si tramutava facilmente in sicura suggestione. Le simpatie degli studenti dovevano inol­tre aumentare con il nuovo metodo d'insegnamento della grammatica latina, in margine ai cui testi era apposta una traduzione italiana.
Quanto al proselitismo, esso era talmente potente da formare una pericolosa concorrenza agli altri ordini religiosi le cui file di poco aumentavano mentre le due case gesuitiche di Noviziato e Professa sorpassavano già il nu­mero cospicuo di 72 membri.
Fino a quel momento i R. H. P. P. non possedevano ancora un vero e proprio collegio; il Montanari però riteneva probabile che a quell'uso sarebbe stata certamente destinata una delle due case, le quali erano state, appunto in previsione di ciò, costruite dai fondamenti su ampia base, e con l'adden­tellato per ulteriori ampiamenti. A questo proposito era bene sapere che la Casa del Noviziato era stata costruita (come affermava un'iscrizione) a spese del duca di Modena Francesco IV, allora felicemente defunto; la Casa Professa, invece, era stata costruita con la somma di 80.000 lire sborsate dal comune e con altre somme suppletive erogate da 4 o 6 famiglie protettrici .
Venendo ora al tema dei legati testamentari, il Montanari assicurava che all'infuori di due o tre comparativamente piccoli in confronto della sostanza dei defunti, altri testamenti fino, ad allora non erano stati favore­voli alla Compagnia.
Quanto alla consistenza patrimoniale della Compagnia, essa possedeva nella provincia, oltre ai due fabbricati suindicata, il latifondo loro donato da Pietro Albertini all'epoca del loro arrivo e valutato a mezzo milione di lire austriache con una rendita annua dalle 24 alle 30 mila lire; oltre a questo essa possedeva un fondo minore donato dall'Imperatrice e valutato a 120 mila lire di capitale, più un investimento a mutuo per una somma di 40.000 lire, prelevato dal legato del duca di Modena.
Interessanti sono pure le notizie relative al contegno dei padri verso i loro confinanti. Nella saggia loro economia scrive il Montanari risul­tano severissimi presso i loro coloni e molesti ai vicini per piccoli usurpi sui confini. In proposito viene citato il caso di un possidente che fu costretto a cedere un piccolo orto a cui era attaccatissimo, per evitare le angherie a cui era sistematicamente sottoposto.
Passando dalla situazione generale a un caso particolare il Montanari pone a titolo di conclusione l'aneddoto del rev. padre principe Odescalchi il quale a suo avviso si era forse fatto Gesuita per evitare di pagare i nu­merosi debiti da cui era gravato. Ciò nonostante un suo creditore, proveniente da Roma, dopo lungo chiedere era riuscito a rintracciarlo sulla soglia del Noviziato di Verona. Dopo insistenti richieste il creditore si era sentito ri­spondere per tutto pagamento che l'antico principe Odescalchi in quel momento non era altro che un minimo fraticello con voto di povertà . In merito il Montanari non poteva fare a meno di commontare che il principe Odescalchi si era comportato né più né meno di certi ebrei che come allora