Rassegna storica del Risorgimento

CAVOUR, CAMILLO BENSO DI
anno <1956>   pagina <351>
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Libri e periodici
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1954), con scarse aperture verso i problemi di politica estera. Va, quindi, da ascri­vere a merito di Carlo Zughi l'averci dato un contributo cosi serio ed importante ai fini della ricostruzione della storia del triennio rivoluzionario in Italia, storia che si intreccia profondamente con quella europea, come con originalità ed intelli­genza è ribadito in modo definitivo in questo libro.
Da Cam pò forni io ha preso le mosse Carlo Za giù nella sua narrazione: a Campo formio guarda anche Marino Berengo come al punto di arrivo della sua ricerca sulla società veneta alla fine del Settecento. Diverso, quindi, l'assunto e lo stile, ma, se li accostiamo nel recensirli, è solo perchè si tratta di notevoli contributi alla stessa ricostruzione storica della conclusione del secolo decimottavo in Italia.
Con Io studio del Berengo le vicende del movimento rivoluzionario entrano appena e quasi per nulla i fatti di politica estera; ma, per l'ampia visione della crisi della società veneta e del rapido trasformarsi della vita sociale parallelamente al dilagare delle nuove idealità politiche portate dalla rivoluzione, riteniamo giu­stificato tale accostamento, anche se il carattere particolare del lavoro del Berengo lo renda molto più limitato di fronte alla vastità dei temi trattati dal Vaccarino e dallo Zaghi.
Le ricerche sulla società veneta sono condotte dal Berengo efficacemente. Fremessi alcuni cenni sulla costituzione politica e sull'amministrazione pub­blica della Dominante, e dei Domini, l'autore analizza le classi sociali, la vita rurale, lo stato della cultura, le prime esperienze di un'eterodossia politica, la reazione del cattolicesimo all'avanzata delle nuove idee, e, Infine, il loro diffondersi nel territorio della repubblica veneta. È uno schema convincente, che lascia ben poco da aggiungere sull'argomento, avendo l'autore completato i contorni di quel quadro che aveva avuto la sua prima valida impostazione nell'apprezzato saggio del Petrocchi (Il tramonto della Repubblica di Venezia e l'assolutismo illuminato, Venezia, 1950). Questi aveva già posto in rilievo la crisi delle vecchie forze aristo­cratiche e la parallela nascita di un terzo stato agrario e commerciale, a dispetto della immobilità istituzionale nella quale languiva l'ordinamento della Repubblica di Venezia, incapace di métterai al passo con le necessità dei tempi. Ed aveva visto i germi del rinnovamento nello sviluppo di una avanzata corrente di pensiero econo­mico e sociale, alla quale faceva riscontro l'accoglimento da parte del governo di quei postulati di progresso economico, propugnati da liberisti e novatori, che potevano accordarsi con la vecchia organizzazione polìtica, assolutistica ed accen­tratrice. Anche il Berengo riprende questo schema, ma il suo maggiore interesse per le vicende economiche e finanziarie lo induce ad analizzare più a fondo i molteplici aspetti della vita sociale e delle classi che in questa operavano con una più o meno chiara coscienza della loro parte nella, politica e nell'economia della Repubblica, Alle plebi e al proletariato rurale e cittadino, immerso in una com­pleta apatia, fanno riscontro un ceto medio, la cui parte intellettualmente più progredita è aperta alle istanze di rinnovamento, che finiranno per fondersi con le idealità rivoluzionarie, ed una nobiltà, divisa tra l'aristocrazia conservatrice della Dominante e 11 ceto nobiliare dello Terraferma, perennemente scontento e fac il mente portato ad accettare qualsiasi alternativa all'oligarchia detentrice del potere politico nella Repubblica. E queste diverse concezioni di fronte alle istanze di rinnovamento avevano profonde radici nel passato e derivavano da quel com­plesso di ragioni politiche* economiche e morali, chn avevano costituito il fonda* mento primo della loro formazione come classi sociali e che il Berengo ha cercato di individuare nei loro molteplici aspetti. L'apatia dei ceti inferiori derivava dalla loro miseria secolare, che 'lì aveva tanto abbrutiti nell'indigenza da far loro credere (è questo l'esempio dei braccianti nelle campagne) che la politica fosse un lusso da signori, da lasciar fare a nobili e giacobini.