Rassegna storica del Risorgimento
CAVOUR, CAMILLO BENSO DI
anno
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1956
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pagina
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Libri e periodici
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la quale avrebbe dato a qualsiasi altro In pia viva gioia, destò invece ili lui <dolore e abbattimento indicibili. Mi pur abbia perfettamente ragione l'A. quando afferma (ciò che da nessun altro sinora è stato messo in giusto rilievo) che ci fu indubbiamente una specie di con (litio tra il carattere del Consalvi e gli aiti uffici da lui ricoperti tra molteplici e, spesso, inenarrabili difficoltà. In ogni frangente fu all'altezza della situazione, senza mai dar prova di stanchezza e di rassegnazione, senza lasciarsi mai. abbattere o trascinare dall'ingiustizia, con versalità e prontezza di decisione incomparabili; ma tutto ciò a costo di intime laceranti torture morali. Racconta l'A. che la catena delle notti insonni con il suo viaggio forzalo a Parigi per la firma del Concordato con Napoleone si allungò anello per anello: giorni e notti si susseguirono, distinti solo dalla diversità di luce. Dopo dibattiti estenuanti e faticose formulazioni il sonno gli s'imponeva per un po' paralizzando il pensiero e la parola, ma se si prendeva un pò1 di riposo esso per lo più era cacciato da immagini angosciose e da sogni agitati* Vi furono, sì, dei momenti in cui parve che, di fronte all'insistenza drastica del suo avversario, stesse quasi per infrangersi la sua resistenza, ma eran momenti fugaci, che egli non pensava affatto di piegarsi alla violenza della situazione, li mio dovere (scrisse egli stesso nelle sue Memorie vinse tutto: io non lo tradii, con l'aiuto del Ciclo. Ma aggiunge: le pene da me sofferte... superarono ogni idea... e posso dire con verità che ho provato i dolori della morte . Per codesto continuo prevalere su se stesso (poiché pareva a Ini di essere nato per la pace, non per la lotta), per costringersi di continuo all'impassibilità, alla forza di reazione, all'assoluta resistenza ad ogni costo, anche davanti alle minacce più terribili (Napoleone più volte affermò che lo avrebbe fatto fucilare se avesse ardito ancora contraddirlo) pare a me (o erro di molto) che la grandezza dell'uomo debba essere posta alla pari con la grandezza dello statista. L'Omodeo nel suo saggio esemplare, su citato, asserisce (e la sua asserzione è ormai universalmente seguita) che il Consalvi fu senza dubbio un tecnico, un avvocato abilissimo nel propugnare la causa cui prestò l'opera- sua, ma fu tutt'altro che un'anima religiosa. Nella mia recensione al saggio stesso (vedi il fascicolo luglio-dicembre 1951 di questa rivista) io mi permisi di dissentire alquanto dal giudizio dello storico insigne: i brani delle Memorie consalviane, riportati dall'A., mi convincono vieppiù della mia opinione. In apparenza egli era freddo, calmo, indifferènte: ma in realtà era (e lo dice lui stesso) sensibile ed impressionabile e spesso fn anche sopraffatto dall'ira, naturalmente tra di sé, nascondendo sempre agli estranei il suo interno. E nelle notti dolorose per i disinganni o le sofferenze della giornata il suo pensiero sempre era rivolto a Dio, da cui invocava l'aiuto per non venir meno ai suoi compiti formidabili. Napoleone stesso disse che proprio lui, che esteriormente era cosi poco sacerdote, in verità lo era più di tutti. Sull'incontro tra i due avversari l'A. fa buone osservazioni, degne di essere, almeno rapidamente, ricordale. Si stimarono reciprocamente, non si amarono, ma ebbero occasione di osservarsi e giudicarsi I'un l'altro. Bonapartc, severo e soggettivo, giudicò l'avversario soprattutto in rapporto al suo contegno verso di lui, il Console, l'Imperatore, il Sovrano assoluto; e più volte, pur considerandolo uomo di rare capa cita, die in esplosioni di collera della peggior specie non riuscendo ne ad attrarlo con particolari favori né a intimidirlo, per la sua fedeltà al pontefice assoluta ed incorruttibile. Il Confluivi, giusto e comprensivo, pur ammirando del Corso il gran genio e la rapidità straordinaria dell'intuizione, di fronte a lui si comportò scettica-monte, considerandolo unicamente come uomo, ma un uomo della spontaneità riflessiva , poiché aveva scoperto che molti suoi gesti o atti che sembravano naturali, molte uscite sconcertanti, molte espressioni cordiali o irose erano state da lui ben premeditate e n'era stato calcolato e valutato l'effetto. Perciò non lo temeva e gli tenne tei la e non si piegò mai alla sua ferrea volontà.