Rassegna storica del Risorgimento

CAVOUR, CAMILLO BENSO DI
anno <1956>   pagina <368>
immagine non disponibile

368
Libri e periodici
dì proteggerlo: da ciò forse, come gii avvertiva lo Stoppasi, il suo senso di repul­sione, duratogli tutta la vita, per le consorterie, per le congregazioni, per le società segrete. Ma quando si trovava libero e all'aria aperta prendeva animo e si sfogava anche a far birichinate: il suo diletto (ricorda il Parenti) era di gettar sassi ai bersagli che incontrava, tra i quali preferiva, sulla strada per San Rocco, la bianca statua di Ercole, che si intravede tra le siepi del giardino1 Belgioioso. E non fu punto un fanciullo prodigio; ma non fu, peraltro, come volle taluno, tardo e negato allo studio: più chiamato .invero alle lettere che alla scienza (lui stesso dichiarò che avrebbe fatto a meno della matematica); ma, nella scuola, sempre attento e pronto alle interrogazioni.
Lo Scherillo, nel primo volume di Manzoni intimo. Io disse schivo assai nello stender lettere, tanto che distruggeva le minute e ben di rado conservava le altrui risposte. È indubbiamente un'esagerazione. Egli, sì, non rispondeva mai qualora la risposta potesse compromettere la sua serenità, la sua prudenza, la sua probità inattaccabile; ma le lettere, che riporta qui il Parenti, indirizzate al De Amichi e a Giuseppe Aurelio Costanzo, testimoniano che egli si compiaceva, e apertamente, dell'altrui ammirazione, ma sol quando gli proveniva dai cuori spas­sionati e sinceri. E, parimenti, rifiutò tutte le onorificenze cavalleresche e tutti i titoli e tutti gli onori sino al punto di urtare, in più occasioni, la suscettibilità di qualche potente; ma non rifiatò mai gli attestati di stima e di plauso che gli venivano dàlie numerose associazioni e accademie, specie se modestissime, e perciò più capaci di commuoverlo, quali la Società per la lettura popolare dell'Impruncta e la Società giovanile letteraria di Monteleone Calabro, intitolata al suo nome.
E fu uomo più pratico che non si creda; e co ne dà una bella prova, sino ad oggi ignorata, il Parenti. Nel 1839, quando si moltiplicavano vieppiù in tutta Europa le stampe abusive della prima edizione dei Promessi Sposi, egli si decise finalmente a farne uscire l'edizione riveduta; ma, incoraggiato dal d'Azeglio e dal Grossi, che prevedevano un esito molto più brillante delle offerte, Volle curarla in proprio. Il problema era molto complesso, tanto più che il Manzoni intendeva che l'edizione fosse riccamente illustrata: c'era bisogno, anzitutto, di trovare un pittore di valore, poi una tipografia ben attrezzata, carta molto buona e, particolarmente, incisori hi legno dei quali Milano assolutamente mancava. Le pratiche furon lunghe; ma il 27 gennaio del 1840, allorché il tipografo Sacchi, cui fu affidata la stampa, ritornò da Parigi portando con sé due intagliatori Iran* cesi e uno inglese, tutto era pronto: e da quel giorno, come ricorda il Cantò,1 il pacifico scrittoio di Alessandro fu ingombro di disegni, di tavolette, di inci­sioni perchè egli stesso dettò, ad uno ad uno, al pittore Francesco Gonio, pre­scelto tra l'Hayez, il Sogni e i fratelli Riccardi, i temi delle quattrocento vignette che avrebbero dovuto illustrare il volume e ne suggerì la composizione e deter­minò gli atteggiamenti e le espressioni dei personaggi. Il caso e gli avvenimenti non consentirono mai al Manzoni, come si sa, una diretta partecipazione alle vicende del nostro Risorgimento, ma quando venne il Quarantotto egli, che aveva ormai superato la sessantina, senti, per la prima volta, l'ansia di un cuore paterno per la sorte del figlio preso nel turbine detta guerra e tenuto dagli Austriaci con altri compagni di sventura come ostaggio prezioso e insieme l'orgoglio di poter dare qualcosa di suo per una causa per cui palpitava ogni cuore. E non solo eenti il bisogno di alleviare le pene di tutti quelli che soffrivano come il suo Filippo offrendo coperte e materiali alle ambulanze cho seguivano i volontari lom­bardi del Manara; ma volle sottoscrivere, lui che non era ricco, con una forte somma per quei tempi, al prestito nazionale e destinare quattromila copie da vendere a beneficio del profughi veneti delle due odi che giacevano da tanti anni nei cassetti, a cui aggiunse (cosi afferma l'A., ma non pare cosa certa) la famosa ultima Btrofa : Oh dolente per sempre colui >, con quel che segue.