Rassegna storica del Risorgimento

CAVOUR, CAMILLO BENSO DI
anno <1956>   pagina <373>
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Libri e periodici 373
lentamente, in via di tramontare; né meno al tendi Itile, per spiegare le carenze improvvise ed i compromessi clamorosi dei rami ritenuti più solidi dello Staio prefascista, ci sembra l'opinione espressa, a p. 121, sugli uomini della classe diri­gente giolittiana distinti funzionari forse più adoratori del regolamento che esecutori della legge (molto meno persuasivo è il precedente confronto fra Depreda e Giolitti, di cui quest'ultimo non sarebbe stato affatto consapevole né l'avrebbe accettato, ingiustamente concluso a tutto scapito dell'uomo di Drenerò). Efficacissima infine è la critica che l'A. svolge, da un punto di vista classicamente liberale e rigorosamente liberista (un'identificazione che nel libro è sostenuta strenuamente, e con molte buone ragioni), della tesi rosselliana di un socialismo liberale: non si tratta di una sintesi, ma di una somma di due concetti (p. 144): eterogenei, precisa più. avanti, e non si poteva dir meglio.
Naturalmente un'opera cosi lucida e fervida d'idee si presta largamente, non* che al consenso, spesso alla discussione e non di rado all'aperto contrasto. Un'osser­vazione generale sulla distribuzione della materia ci sembra a questo punto pertinente: un'abbondante metà dell'opera è dedicata al periodo successivo alla marcia su Roma, impelagandosi a lungo, sia prima che dopo, a fornire un filo conduttore, peraltro utilissimo, in mezzo alle aggrovigliate vicende parlamentari ed a quelle posteriori all'8 settembre. Crediamo che l'A. abbia detratto alla com­pletezza ed alla profondità della sua indagine storica per indulgere ai suggeri­menti della viva passione politica ed antifascista: ed è proprio qui che si trovano forse le impostazioni più discutibili. Sorvoliamo sull'excursus conclusivo in difesa della repubblica presidenziale, che è la maturata espressione di un pensiero assai rispettabile: ma l'accusare di giacobinismo (p. 281) la vigente costituzione repub­blicana, che pecca bensì di debolezza dottrinaria, ma in senso opposto, mazzi­niano, ottocentesco; il ritenere ingenerosa la cacciata di Crispi dal potere dopo Adua (p. 279), allorché l'esplosione dell'opinione pubblica fece temere imminente un pronunciamento repubblicano e persino il Senato si dichiarò quasi unanime contro lo statista siciliano; la rapidità con cui si reputa infantile l'empirismo politico anglosassone (p. 269), senza avvertire a sufficienza che si tratta non tanto di candore quanto di meditata fiducia del popolo nell'onestà dei suoi rappresen­tanti e nella loro devozione al bene pubblico; il parallelo non molto stringente, e che ricalca schemi tradizionali, istituito a p. 246 tra il degasperismo e il connubio cavouriano, di cui non è sottolineata l'ormai assodata e ben precisa apertura polemica in senso progressista, tutt'altro che volta ad un immobilismo centrista; l'eccessiva svalutazione della resistenza (pp. 238-9), vista troppo semplicisticamente e parzialmente come un mito propagandistico, un'etichetta escogitata dai comunisti contro la parola semplice e persuasiva saputa dirigere dal De Gaspcri agli Italiani e che fu in origine, è vero, la ricostruzione, cioè un mito anch'esso (ma fecondissimo), ma si complicò ben presto per l'intervento di altre e ben diverse e meno genuine istanze, quali l'influsso ecclesiastico, il nazionalismo ed alla fine la pura e semplice resistenza suggerita dalla paura, se non ancora la reazione1, cioè un elemento esclusivamente negativo. Questi sono i punti che ci sembrano meglio prestarsi ad una controversia: punti fondamentali, come si vede, compreso quel ricordo di Crispi, che segna l'acme storico di una crisi costituzionale ed in parte di classe; una testimonianza di più. della tempestività e della freschezza dell'opera. Nella prima parte, invece, l'esposizione è più compatta e robusta e le accentuazioni in. chiave polemica si inquadrano armoniosamente nel complesso: qualche affermazione, anche se esatta, appare qua e là incompleta, peraltro: con­seguenza di un certo schematismo che, per lo più utile a scarnificare una materia sovrabbondante, talora la irrigidisce troppo. Cosi il Mezzogiorno non fu chiuso al niazriniancsimo come pare all'A. (pp. 18 e 19): si trattò di isole, certa­mente, ma persistenti, come Messina con Fulci e Giardina, Castrogiovanni con Colajanni, Palermo con Ferrano e Bagnasco, Trapani con Pipitone e Salenti