Rassegna storica del Risorgimento
CAVOUR, CAMILLO BENSO DI
anno
<
1956
>
pagina
<
374
>
374 Libri e periodici
Oddo, Lecce con Libertini, Troni con i Bovio, la stessa Napoli con De Boni e Ricciardi: focolai che non si esaurirono eoo la vampata del '60. Cosi Cattaneo non volse soltanto la mente (p. 22), quasi Gobetti avant la lettre, alla educazione metodica, a lunga scadenza, di una classe dirigente, ma fa un rivoluzionario di razza, un nomo fortemente d'azione, e seppe dimostrarlo con splendore anche se con avversa sorte. Cosi i moderati (p. 24) non sono soltanto degli intellettuali dì orizzonte europeo, secondo la definizione canonica: ma sono anche proprietari terrièri (Minghetti), grandi giornalisti (Bonghi), legati all'alta finanza, alla speculazione, talora all'affarismo dei Bastogi, dei Balduino, dei Brenna: non è un mondo di santoni sapienti, ma di gente agile, spregiudicata, anche se moralmente inattaccabile (non tntti): l'opera recente di Giampiero Carocci su Depretis getta per la prima volta luce illuminante su questo fermento di ambizioni e d'iniziative. Infine, come conseguenza dì una impostazione esattissima (p. 49), che vede nella maggioranza cavouriana un risultato personale ottenuto con espedienti parlamentari, favoriti da correnti d'opinione, è probabilmente azzardato il tentativo di negare la qualifica di Destra conservatrice ai seguaci dei conte, per riportarli ad un partito nazionale liberale non molto diverso dal fine che l'A. attribuisce più tardi a Nicotera, tacciandolo di fascista. Cavour non era tale da nutrire simili illusioni: egli, dopo il '60, capì che la vecchia Destra clericale, reazionaria (e savoiarda, nota bene l'A.) era spenta; che il centro-sinistro, Depretis compreso, era del tutto inalveato nell'atmosfera di governo: e che dunque l'autentica opposizione - e l'A, lo riconosce era rappresentata da Garibaldi. Allora il conte si pose a destra, con fine conservatore, che non significa, ben s'intende, reazionario; egli accettò, e forse di buona voglia, la risorta dialettica parlamentare che gli dava modo di soddisfare il suo prorompente desiderio di lotta, di contrasto, di agonismo: perciò egli ed i suoi furono e vollero dirsi la Destra.
Tale, sommariamente esposto nei suoi punti salienti ma altri numerosi ce ne sarebbero, lutti acuti e centrati, o almeno personalissimi il libro di Vinciguerra: una ventata di chiarezza scientifica e di coraggio morale; anche questo, forse soprattutto questo, nel rigidissimo e coerente liberalismo del l'A.: una bella prova di ferma onestà e di spregiudicata devozione ad un ideale. Libri rome questo occorrono per dissipare errori, per suscitare problemi, per rafforzare coscienze, per ravvivare dibattiti e riannodare colloqui: storici ed uomini politici debbono andare grati all'operosa, brillante fatica del nobile studioso napoletano.
RAFFAELE COLAPIETRA
RENATO GIUSTI, Note per la storia del giornalismo mantovano nel secolo XIX; Mantova, Alce, 1953, in 8, pp. 105. L. 400.
In una valutazione obiettiva della pubblicistica che, veicolo primo della circolazione delle idee, affiancò e spesso promosse il moto risorgimentale, non si può trascurare l'esame di quel giornalismo di provincia, il quale, anche se non ebbe larghezza di orizzonti intellettuali e politici, esplicò con nobiltà di propositi, una sua utile funzione in rapporto ad ambienti e situazioni locali. Se il giornalismo d'interesse nazionale durante il Risorgimento è già stato sufficientemente studiato, i modesti quotidiani e periodici legati alla vita di una piccola città o di una provincia periferica, non hanno ancora attratto in misura conveniente l'attenzione degli studiosi. Perciò non mi par piccola l'utilità del volume di Renato Giusti, in cui l'autore ha tracciato in due lunghi saggi la storia della Lucciola, gazzettino del contado mantovano (1855-57), e le vicende dei giornali democratici a Mantova dopo il 1866. Si tratta di due studi molto seri, composti in occasioni diverse, ma non privi di strette recìproche relazioni dato che tentano di cogliere e valutare due successivi momenti d'uno stesso moto d'idee, e che