Rassegna storica del Risorgimento
SPIELBERG
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1956
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490
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Renzo V. Montini
Violento come di consueto il giudizio di Felice Foresti: Il padre Paulowich dalmata, indi vescovo di Cattato, era un infamissimo ignorantone, degno strumento dell'Imperatore. In quanto a me mi ripeteva sempre il complimento: " Sua Maestà è molto in collera con voi, dice che siete uno de' più feroci ed incorrcgibili nemici della sua sacra corona, ecc., ecc., ma nulladimeno dovete sperare nel suo buono e generoso animo. Avete pensato al passato ? Vi è sovvenuto qualcosa di importante da rivelare ? . Egli era odiato e disprezzato da tutti.
Qual credito sia da farsi delle affermazioni del Foresti è ben risaputo: ma qui, una volta tanto, è sincero; non solo per quello che riguarda il Paulowich, ma anche relativamente all'opinione che s'era fatta di lui del Foresti Francesco I. È da notarsi infatti che l'ex pretore di Crespino fu costantemente escluso da ogni grazia fin che visse l'imperatore e più a lungo di ogni altro quasi quattordici anni rimase chiuso allo Spielberg, per essere poi, all'avvento al trono di Ferdinando I, non già amnistiato, sibbene deportato in America. Ma che rivelazioni si attendeva ancora il monarca dal Foresti ? Non aveva egli forse parlato anche troppo durante, e persin dopo!, il processo ?
Ma torniamo al nostro discorso, e sentiamo Giorgio Pallavicino: Nei primi tempi, i prigionieri di Stato, venuti di Lombardia, non ebbero né cappellano, né confessore;1) ma non andò molto che Francesco I, in un parossismo di cristiana carità, volle salvare le anime di coloro dei quali torturava i corpi. A tal uopo spediva a Bruma un suo missionario coll'in-carico di convertire i peccatori e di liberarli dalle scomuniche nei quali erano incorsi appartenendo alla carboneria ed alle altre fratellanze anatematizzate dal Vaticano. Ma soprattutto D. Stefano Paulowich dovea confessarli, e quindi ragguagliare l'imperatore, in udienza privatissima, di ciò ch'egli avesse udito, e veduto, nell'esercizio del suo doppio ministero. Io non dirò che l'abate Paulowich, tornato a Vienna, rompesse audacemente il sigillo della confessione per cattivarsi il favore sovrano; non ho prove di tanta ribalderia; ma questo io dico (e so di buon luogo), che Giorgio Pallavicino, mentre appunto confessavasi a D. Stefano, venne da lui interrogato intorno ad un disegno di fuga attribuito al Confalonieri. Con quale scopo il confessore facesse una simile interrogazione al penitente, non è difficile l'indovinarlo.
Nel resto, D. Stefano Paulowich non era il gesuita che noi conosciamo sotto il nome di D. Basilio. Grosso, grasso, e vestito alla foggia del clero tedesco (abito corto, stivali e cappello tondo), egli tenea del canonico e del commissario di polizia. Nato in una povera terra della Dalmazia, abbracciò per vivere lo stato ecclesiastico. E principiati gli studi teologici nel seminario di Padova, andò a compirli in Vienna nell'istituto di Sant'Agostino... Educato in questa scuola nella quale volevasi un clero il quale, più che a Dio, fosse devoto all'Imperatore il Paulowich dovea necessariamente professarne le dottrine. Però, un giorno egli dicea: " Siamo sudditi, e dobbiamo al principe obbedienza cieca. Anche in ciò che fosse contrario alla legge di Dio ? disse il Pallavicino. Anche in ciò che fosse contrario alla
1) L'affermazione è tendenziosa; i prigionieri milanesi giunsero allo Spielberg nel febbraio 1824 e già nel maggio li visitava il Paulowich. Il brano qui riportato à in PALLAVICINO, op. cft.T I, 86-87.