Rassegna storica del Risorgimento
1814-1825 ; RESTAURAZIONE ; SISMONDI, JEAN CHARLES L?ONARD SIMO
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1956
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La religione liberale del Sismondi
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confessioni di fede, i simboli dogmatici, sono più dannosi che utili; che la fede predicata da Gesù Cristo non era carica di elementi dogmatici, ma si riassumeva in una credenza semplice e sincera. Gesù Cristo, giunge a dire il Chastel, faceva consistere la fede (croyance) nei sentimenti del cuore, dai quali scaturiscono poi le buone opere, e non stese mai un catalogo di verità. Bando ai dogmi oscuri, sottili, e di pura speculazione, che non han luogo nel Vangelo! Non si potrebbe immaginare dottrina più remota dalle tesi calvinistiche originarie: ma vi si possono invece individuare le tracce delPinsegnaniento del maggior riformatore settecentesco della teologia ginevrina, dell'insegnamento di J.A. Turretini, teorizzatore di una religione pratica.
Il Sismondi si dichiara soddisfatto della schematizzazione, invero alquanto ingenua ed empirica, a cui ricorre il Chastel per salvare un nucleo fondamentale di verità dogmatiche dalla svalutazione razionalistica dei dogmi: i dogmi vengono divisi in due categorie, facendo derivare gli uni dal senso univoco delle Scritture e gli altri da una successiva e sempre discutibile interpretazione del testo sacro. Sui primi, nota il Chastel, v'è perfetto accordo fra tutti i cristiani: si tratta dell'esistenza di Dio, della missione divina (che non comporta, pare, un preciso riconoscimento della natura divina) del Cristo, dell'ispirazione divina dei testi sacri. Sui secondi i protestanti si separano dai cattolici, poiché fanno valere in questo campo piuttosto vasto, come si vede il principio del libero esame. Tutte queste argomentazioni sui dogmi si concludono con una grande apologia della tolleranza, che perfeziona le sue esigenze fino ad escludere persino che si possa parlare di eresie, riferendosi a dottrine diverse da quelle professate da una qualsiasi comunità cristiana (op. cit., p. 81, e Sismondi, 48-50).
H Sismondi sottolinea l'importanza di queste conclusioni e ne accentua gli elementi illuministico-liberali (p. 50), ma riesce ad allargare il suo ottimismo liberale anche oltre i limiti fissati dal Chastel. Egli osserva, infatti, che le reciproche accuse e le scomuniche pronunciate da questo o da quel gruppo di improvvisati apostoli, nel fervore delle recenti dispute ecclesiastiche provocate dal Réveil son pure fatte per procurare l'avanzamento, il progresso religioso, di cui egli sta cercando ovunque i sintomi. I nuovi apostoli devon lottare con le armi della persuasione, dunque saranno sempre più costretti a indagare: già la critica storica si perfeziona, ed inoltre, proprio mentre le sètte si moltiplicano e le opinioni individuali si frammentano e si fanno più indipendenti, l'esigenza della tolleranza deve apparire sempre più necessaria: si finirà per riconoscere la buona fede negli avversari, e l'impossibilità di provare a degli nomini ciò che è al di sopra della loro intelligenza (iòid.). Non s'accorge il Sismondi, senza dubbio, degli aspetti negativi del velato agnosticismo ch'egli finisce per propugnare con siffatte conclusioni. Per meglio dire, c'è un momento nel quale il Sismondi sembra prender coscienza di questo limite, ed è quando egli stende quell'accorata professione di fede si potrebbe quasi dire di non fede ch'è contenuta nella sua bella lettera al Lambruschini del 26 maggio 1833. Egli confessa allora ad un sacerdote cattolico, ma di tendenze liberali, di non saper attingere ad una certa sensibilità religiosa, di cui sente confusamente l'esigenza; di non credere aU'immortalità se non con certe riserve, di sentirsi costretto a far leva sempre sul solo punto d'appoggio che gli pare