Rassegna storica del Risorgimento

PADULA VINCENZO ; PATELLA FILIPPO ; CLERO ; SALERNO ; SERINO OV
anno <1956>   pagina <535>
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Tre sacerdoti salernitani garibaldini dei Mille 535
munizioni, nascoste in punti adatti, noti al Padula, che conservava l'elenco degli iscritti, che dovevano partecipare ai moti.
Il tradimento di un affiliato, Biagio Grezzuti di Sala Consilina, che assieme all'arciprete di Padula, don Antonio Santomauro, lo denunziarono al sottointendente di quel distretto, cav. Calvosa, fece si che Vincenzo Pa­dula fosse arrestato la fine di aprile 1857, e dopo breve permanenza nelle carceri di Sala, venisse tradotto a quelle di Salerno, ove penò fino al 1858, anno in cui fu esiliato dal regno e si stabili a Genova.
L'assenza del nostro sacerdote da Padula, fu di grave nocumento alla spedizione di Carlo Pisacane; questi volle insistentemente recarsi a Padula, per prendere contatto con gli animosi cospiratori, già in rapporti col Mazzini e col comitato insurrezionale di Napoli. Una seconda considerazione di note­vole importanza indusse Pisacane a recarsi a Padula, quella cioè di poter profittare del più breve valico per passare in Basilicata, qualora circostanze impreviste o sfavorevoli glielo avessero consigliato. Infatti, la mulattiera che attraversa i folti boschi di Mandrano e dell'Oscuriello, ove sorge il fiume Agii, sbocca a Paterno ed a Marsiconuovo, nel cuore della Basilicata, e può essere percorsa in solo tre ore di marcia. Inoltre, i grandi boschi che coprono quella zona, avrebbero offerto la triplice possibilità a Pisacane, di nascondere in essi gli insorti sottoposti al suo comando, ovvero di evitare un attacco di forze soverchiami, ed infine di organizzare la guerriglia. In Basilicata, Pisa-cane avrebbe avute molte possibilità di sviluppare l'insurrezione, o, quanto meno, di sfuggire al suo tragico destino e riservarsi a migliori occasioni future. Egli, a ragione, non volle, dal Fortino portarsi a Lagonegro, aderendo al pres­sante invito di alcuni capi liberali del luogo, e ciò, per evitare la strada conso­lare, lungo la quale sarebbe stato più facile alle truppe regie di raggiungerlo con grandi forze e sbaragliarlo. Si diresse perciò a Padula, per le ragióni sopra esposte, dopo matura riflessione.
Alcuni storici hanno affermato che la spedizione marciasse senza un obbiettivo prefisso e mancasse perfino di carte topografiche. Ciò non cor­risponde a verità; Pisacane era fornito di buone carte della regione che attra­versava, che furono poi sequestrate dalla gendarmeria, e, quale ufficiale del Genio, possedeva ottime cognizioni topografiche. Egli si diresse al punto prestabilito, non ignorando l'assenza di Vincenzo Padula, prigioniero nelle car­ceri di Salerno. Il pronto accorrere di numerosi urbani e gendarmi, che gua­dagnarono rapidamente le alture che circondano Padula, vietando al Pisa-cane di dirigersi verso la Basilicata e l'arrivo di un battaglione di cacciatori, fecero sì, che i liberali del luogo, giudicando impossibile la vittoria degli insorti, non si muovessero, e Pisacane subì le prime durissime perdite, se­guite da defezioni, e, qualche giorno dopo, il 2 luglio, ebbe luogo la catastrofe di Sanza.
Vincenzo Padula, esule a Genova, prese parte attivissima all'azione mazziniana e parti dallo storico scoglio di Quarto coi Mille di Garibaldi. Sbarcato a Marsala, combattette valorosamente alla battaglia di Calatafimi e venne nominato ufficiale. Per l'eroismo dimostrato alla battaglia di Pa­lermo venne promosso da Garibaldi capitano, ma la lunga marcia a piedi e i disagi della campagna, lo fecero ammalare; tanto che il generale, al mo­mento di avanzare su Milazzo, dispose che il Padula restasse a Palermo per curarsi. Ma Vincenzo Padula, animo fiero, non era fatto per restare