Rassegna storica del Risorgimento
CATTOLICI ; SICILIA
anno
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1956
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pagina
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557
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MOTIVI" E INDIRIZZI CATTOLICI NEL RISORGIMENTO SICILIANO
Un aspetto particolare del Risorgimento in Sicilia può vedersi nella assenza di partiti o indirizzi di pensiero dichiaratamente cattolici. Il che potrebbe sembrare stiano, se si pensa da un lato al prestigio dell'aristocrazia, non mai venato meno, neanche dopo il '48 o il *60, e a quel certo che di attardato o retrivo che può talora osservarsi nelle stesse correnti democratiche, e dall'altro alle radicate tradizioni delle plebi siciliane.
In realtà, se guardiamo alle origini dei moderni movimenti cattolici, dobbiamo riferirci a certi motivi generali e comuni, quali la reazione contro la rivoluzione francese e Io spirito che l'aveva informata, o contro la borghesia e l'accentramento statale o in genere contro Io Stato, il nuovo Stato laico e borghese. Tale fu in Francia l'indirizzo di pensiero che fa capo al De Mai-Sire, al De Bonald, al primo La Mennais. Tali ugualmente i gruppi demc-striani e lamennesiani, che in qualche centro del settentrione, specie a Torino, per opera soprattutto del marchese Cesare Taparelli d'Azeglio, o a Modena', si adoperarono a diffondere il pensiero dei Francesi e nella capitale subalpina, con la fondazione dcll'mcizia cattolica, costituirono il primo tentativo di quella che sarebbe stata la futura Azione cattolica. Ma è risaputo che scarsa o nessuna fortuna ebbero queste idee nel Mezzogiorno, e ciò sebbene i più noti e agguerriti propugnatori ne siano stati due meridionali, il napoletano principe di Canosa e il siciliano Gioacchino Ventura, i quali però questa loro attività esercitarono altrove, il primo, dopo il suo infelice esperimento di governo, a Modena, Genova, Roma, ecc., e il secondo specialmente in quest'ultima città, dove dal 1825 diresse il Giornale Ecclesiastico. Lo stesso avvenne quando la predicazione del Gioberti aprì gli animi alla speranza di una patria rinnovata sotto la guida del papa. Non perchè molto seguita fosse stata in Sicilia l'opposta, per molti rispetti, predicazione mazziniana, la quale fino a tutto il 1832 non ebbe grande successo e ne ebbe, ma molto limitatamente, solo dopo e intorno a quegli anni con Nicola Fabrizi e la sua JLegione italica: sebbene però, come del resto era nei propositi del fondatore, lo spirito e i programmi dell'associazione si distinguessero da quelli della Giovine Italia. Ma perchè l'educazione e la formazione mentale di coloro che sembrava dovessero più degli altri avvicinarsi allo spirito del neoguelnsmo e alla romantica nostalgia del Medio Evo o del papato, baluardo di italianità e libertà, presupponevano opposte concezioni storiche, fondamenta.! mente ancor derivate dalle dottrine dcft'inuminismo. Dalle quali muovevano Michele Amari e Giuseppe La Farina, e cioè i due maggiori cultori di quella storia che, anche per l'indole dei periodi studiati, appariva tutta dominata dall'ispirazione romantica. Così, mentre della sua Storia d* Italia il La Farina dava una interpretazione razionalisticamente anticlericale e ghibellina, l'Amari vedeva nel risorgente entusiasmo per il cattolicesimo o per il papato un grave pericolo per la civiltà e per le conquiste dei tempi nuovi. E questo del resto è il clima letterario della Sicilia: dove non si faceva sentire il persistente influsso illuministico, viva tuttora ed efficace era, in pieno romanticismo, l'ammirazione per l'Alfieri o il Foscolo e foscoliani o alfieriaui possono dirsi scrittori come Francesco Paolo Perez, Benedetto Castagna, "Vincenzo Errante, ecc. In realtà, la scarsa fortuna