Rassegna storica del Risorgimento
CATTOLICI ; SICILIA
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1956
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Virgilio Tifone
del romanticismo si spiega molto meno con il persistere di una tradizione ghibellina e con le particolari condizioni create dall'antico istituto dell'Apostolica Legazia, di quanto invece debba attribuirsi da un lato allo stesso provincialismo della cultura siciliana, sotto tale aspetto in ritardo sulle contemporanee correnti di cultura del continente e incline ad accogliere, come avviene in questi casi, piuttosto le declamazioni roboanti alla Iacopo Ortis che la serena e meditata pagina di un Manzoni, e dall'altro a quel certo complesso di inferiorità che fa del siciliano un ribelle, si potrebbe dire, a priori o per vocazione. Che di una tradizione ghibellina veramente efficace non possa parlarsi, tra l'altro, nonostante il ricordo mai venuto meno della guerra del Vespro e l'asprezza della lunga contesa tra Stato e Chiesa durante il regno di Vittorio Amedeo, può dimostrarsi dal fatto che iu generale i conflitti cui nella sua lunga storia diede luogo l'Apostolica Legazia, non appaiono gran che diversi da quelli che si riferiscono a privilegi e prerogative inerenti a ogni altro istituto di diritto pubblico dell'isola. Né d'altro lato il clero siciliano assunse mai una sua particolare posizione rispetto agli altri ordini sociali e allo Stato stesso, che anzi sotto questo rispetto non possiamo distinguerlo dalla nobiltà, gelosa sempre delle sue prerogative e quindi incapace di assumere il ruolo di paladina del trono contro le altre classi.
Inoltre, non può dirsi che esso abbia goduto di un particolare prestigio per la cultura o per l'azione spiegata in difesa del popolo o delle classi diseredate. Non mancano certo esempi di pii e dotti religiosi che, esercitando nobilmente illoro ministero, in vari modi si resero benemeriti del paese. Ma in genere accadde che socialmente, in alto e in basso, quando non fosse questione di suoi particolari privilegi, come quello, per esempio, della esenzione da dazi e gabelle, con le altre classi esso ebbe in comune interessi, pregiudizi, costumi.
In ogni tempo poi, nel Sette o nell'Ottocento, come in certo modo anche ai nostri giorni, ai ceti stessi si sono in Sicilia sovrapposti altri gruppi, tenuti insieme da altri interessi, che, se molte volte finiscono col coincidere con gli interessi di classe, possono anche diversamente considerarsi. Intorno a un comune capo o patrono si uniscono, così, vaste clientele, tenute insieme dalla devozione tradizionale o dalla necessità di difesa o dall'impossibilità di reagire. In tal modo il barone,il capo mafia, il ricco borghese divengono il centro di una consorteria, che, sovrapponendosi allo Stato o ai suoi istituti, può comprendere ogni ordine sociale. Ma tutto ciò costituisce qualcosa di molto diverso da quel legame con il quale in altre regioni d'Italia si uniscono intorno al curato le plebi cittadine o rurali, il popolo buono e mite che i reazionari, dal De Maistre al Bresciani, oppongono alla fuorviata e avida borghesia.
Uno dei motivi polemici più frequenti dei nostri reazionari è invero l'affermazione del carattere economico del complesso fenomeno del Risorgimento. Quello che altri non riusciva a vedere o vide molto più tardi, clericali e reazionari riuscirono a comprendere con sufficiente chiarezza, considerando il liberalismo come l'espressione degli interessi economici di una nuova classe in formazione, ansiosa di rendersi indipendente dalle vecchie strutture. Perciò i loro strali si appuntano anche in tal senso contro la nuova economia o particolari aspetti del tempo e, per esempio, come può vedersi nel Bresciani, contro le università, che aprivano l'accesso agli impieghi e alla formazione di una burocrazia accentratrice e laica. In altri termini, si opponevano il paternalismo allo Stato nuovo, il privilegio e il decentramento all'egalitarismo buro-