Rassegna storica del Risorgimento

CATTOLICI ; SICILIA
anno <1956>   pagina <559>
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Motivi e indirizzi cattolici nel Risorgimento siciliano 559
cratico. Solo che in tutto ciò, incapaci di vederne le ragioni storiche, che do­vevano spiegare e giustificare l'avvento della nuova classe, essi non potevano scorgere se non i deprecati effetti della empietà ed immoralità del secolo.
A mano a mano pertanto che le classi colte sfuggivano al suo controllo, la Chiesa cercava di avvicinarsi al popolo. E fu questo principalmente il compito dei gesuiti, e cosi deve anche spiegarsi il sorgere o il diffondersi dei nuovi culti, quali quelli del S. Cuore di Gesù o del S. Cuore di Maria o del­l'Immacolata Concessione, particolarmente cari alle plebi. Tale aspetto del cattolicesimo non può veramente dirsi nuovo, che dobbiamo per esso rife­rirci al concilio di Trento, al quale ugualmente deve risalirsi per lo sviluppo della dottrina autoritaria, conclusosi con la proclama rione, nel '70, del dogma dell'infallibilità del papa. Ma dopo la restaurazione la cosa ebbe un più deciso avviamento. In Sicilia però, se si guarda al culto paganeggiante dei suoi santi, del resto tuttora vivo, tutto ciò non poteva dir nulla di nuovo. E come d'altro lato i suoi contadini non erano le plebi ingenue, docili alla voce del pastore, mancava anche quella borghesia moderata che al tempo degli entusiasmi per il Gioberti costituì la forza operante del neoguebSsmo. Ne mancava infatti la tradizione, la tradizione stessa di una borghesia. Al­trove, e senza che occorra per questo riferirci ai gloriosi comuni e ai tempi lontani delle lotte con l'impero, la borghesia aveva potuto trovare nella Chiesa la sua difesa e con essa collaborare anche, per esempio, nella istituzio­ne o costruzione di cattedrali, ospedali, opere pie, che tuttora costituivano il suo orgoglio. Nulla invece di tutto ciò era avvenuto in Sicilia, dove sotto que­sto riguardo bisogna riferirsi alla monarchia o alla nobiltà feudale. La bor­ghesia, dove esisteva, o cercava di immettersi nelle file della nobiltà stessa, acquistando titoli e feudi, o si organizzava in consorterie clandestine. E quello che era avvenuto nei secoli precedenti, accadeva anche nel Risorgi­mento e sarebbe accaduto anche in seguito.
D contrasto poi che in certo modo costituiva il punto centrale della questione, tra i sostenitori del vecchio e del nuovo ordine di cose, la centra­lizzazione da un lato e il rispetto delle autonomie e degli usi locali dall'altro, si presentava nell'isola con aspetti del tutto diversi, non opponendosi al riguardo una classe all'altra o gl'interessi di alcuni a quelli di altri, ma deri­vando anzi da aspirazioni o programmi in diverso senso autonomistici tutto quanto il Risorgimento siciliano, nel quale venivano a identificarsi con l'au­tonomia la sicilianità stessa e tutta la tradizione delle rivendicazioni isolane.
Questo ci spiega come nel '60, quando, sbolliti già da un pezzo gli entusia­smi del '48, le posizioni reciproche si erano chiaramente delincate e in Piemon­te, in seguito alia votazione delle leggi Siccardi, si faceva sempre più vivo il contrasto tra clero e liberali, in Sicilia i preti buoni, come li chiamava Gari­baldi, marciavano alla testa del popolo per combattere gli oppressori: cosa che meravigliava gli stessi osservatori stranieri, come l'ambasciatore austriaco a Roma, il quale, riferendosi per l'appunto all'atteggiamento del clero siciliano, ne notava il profondo contrasto con quanto avveniva nello Stato della Chiesa.
Dopo il *60 parve, tuttavia, che le coso fossero mutate. Come si ebbero movimenti o giornali dichiaratamente anticlericali, quali il Martello dei preti, ohe vide la luce a Palermo il 16 giugno del '63, COBÌ sorse e prese vigore un vivace partito, se tale può dirsi, legittimista, ossia borbonico, che in gene­rale non si distinse dai clericali: il che del rcBto era naturale e inevitabile.