Rassegna storica del Risorgimento
BERCHET GIOVANNI ; RELIGIONE
anno
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1956
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Libri e periodici
migliore storiografia liberale ha dato del pontefice dell'amnistili e del secondo grande interprete dell'opinione moderata.
Nella sostanza, s'è detto, che, quanto ai particolari, è più che naturale la possibilità di giudizi personali e dì interpretazioni discordi. Ma, come conferma in pieno questo studio fondamentale di Romolo Quazza, non è possibile, anche alla luce delle copiose e preziose testimonianze raccolte dall'autore negli archivi italiani e stranieri, fare di Pio IX un grande sovrano e mutare Massimo d'Azeglio in un politicante di bassa lega. II primo si conferma come un pio sacerdote, animato da un sincero desiderio di bene e pieno di nobili e rette intenzioni nei riguardi dello Stato che dovette governare in tempi di singolare difficoltà, ma scarsamente dotato di vere doti politiche, estremamente emotivo e facilmente suggestionabile; l'altro appare come un tipico esponente di quel liberalismo ita-liana moderato e costruttore, che, tenendo conto delle condizioni di fatto della penisola, della realtà internazionale e della non univoca volontà degli Italiani, si proponeva di affrontare gradualmente i problemi della trasformazione del nostro paese. E, qualunque cosa si sia scritto in passato e ancora si scriva, all'Austria e a certi Governi italiani la pericolosità profonda, anche se a più lunga scadenza, del liberalismo moderato appariva più grave di quella dei cospiratori schedati e dei rivoluzionari più o meno tradizionali.
Soprattutto nel '47 l'opinione moderata sembra costituire una grande cospira-zione, la cui forza risiede nell'essere guidata da uomini di altissima fama nazionale, di saldi principi morali, di sicura fede patriottica e di idee chiare. Di fronte al realismo di un Azeglio, per il quale tutto il programma del moderatismo ha l'essenziale semplicità di un atto di fede, accettato non solo dal sentimento, ma dalla ragione (se i sovrani italiani non vogliono che i loro sudditi diventino liberali esaltati, debbono farsi essi medesimi liberali moderati ), sta la impressionabile incertezza di Pio IX. sulla quale sapranno allora e più tardi agire in vario modo personaggi diversamente interessati. Il Papa ad ogni sintomo di malcontento, alla mancanza degli applausi si aceti ora, scriveva il 27 marzo 1847 Costanza Arconati a Margherita Collegno, sottolineando uno dei più gravi eie* menti di debolezza di Pio IX uomo di Stato. Anche per Domenico Pareto, ministro di Sardegna, il sommo desiderio che ha egli di conservare la popolarità di già acquistata costituiva un forte ostacolo all'azione del pontefice, accanto alla mancanza di uomini capaci a secondarlo . Che, infatti, toltene ben poche , le per* sone che il Papa è forzato di adoperare erano, e non soltanto agli occhi del diplomatico sardo, di una deplorabile mediocrità. Situazione pericolosa questa, perchè, una volta che fosse stato scosso il mito di Pio IX. alla cui formazione, direttamente o indirettamente, consciamente o per forza, tutti avevano contribuito, non ci sarebbe stato alcun modo di ridare prestigio al Governo papale. L'opera del Quazza ci permette di seguire quasi giorno per giorno gli sviluppi trionfali e le prime incrinature del mito nelle preoccupate corrispondenze diplomatiche e nelle rivelatrici lettere private dei protagonisti e dei testimoni. Fin dal primo incontro tra Pio IX e d'Azeglio, quest'ultimo resta conquistato dalla bontà angelica, dal fervore di bene, dalle altissime intenzioni del primo, ma, a contatto con l'ambiente romano, non riuscirà mai a liberarsi da una sottile angoscia: Il ritratto del paese eccolo in due parole. Il papa da una parte, il popolo dall'altra, tirando il Governo per staccarlo dalla lunga succhiata che da tanto tempo dà allo Stato, come una sigaretta. Il papa e il popolo ognuno s'aiuta, ma per ora fan poco prò-fìtto... Ma se il papa non taglia sul vivo, non riforma il principato, tutto il resto sarà inutile >.