Rassegna storica del Risorgimento
BERCHET GIOVANNI ; RELIGIONE
anno
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1956
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pagina
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600
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600 Libri e periodici
Questa posizione del Quazza, più facile a mantenersi nella prima parte del suo lavoro, che s'intitola Dalle questioni interne al problema nazionale, è anche più evidente nella seconda {Culmine e tramonto della collaborazione), nella quale il giudizio appare, di necessità, meno agevole e più impegnativo. Anche di fronte a studiosi di solida preparazione e di sicura capacità interpretativa, come il padre Pietro Pirri. L'ottimo saggio di quest'ultimo, infatti, Massimo d'Azeglio e Pio IX al tempo del quaresimale della moderazione (in Rivista di storia della Chiesa in Italia, a. Ili, 1949, n. 2), pur completamente libero da quei pregiudizi che, in altri tempi, appesantivano certa storiografìa cattolica (basta pensare all'eruditissima esasperazione di un padre Rinieri), qualche volta attribuisce ad espressioni e azioni dell'Azeglio un significato che non ci sembra sempre giustificato. Come è nel caso della sua interpretazione del viaggio per raggiungere il campo di Pesaro, viaggio che secondo le relazioni del cardinal legato Fieschi, si è svolto assai più nello spirito della intesa con Pio IX di quanto non lasci trasparire il Pirri. I documenti parlano, infatti, sempre di saviezza e di moderazione, e non soltanto quelli del Fieschi, che appaiono un po' sospetti agli occhi del loro editore. In ogni caso, non crediamo si possa accettare dello stesso l'accusa all'Azeglio di avere ripiegato verso la sinistra capitanata dal dott. Pietro Sterbini .
Nei suoi rapporti con Pio IX durante l'intero '47 Azeglio è guidato da una assoluta sincerità e devozione, anche quando si accorge del fatale declino delle speranze dapprima concepite. La lettera al giovane Giuseppe Caterbi, proprio perchè non fa che ripeteE secondo quanto ha affermato il Pirri, idee espresse in altri suoi scritti dèi tempo, costituisce un'altra e validissima prova dell'assoluta coerenza del pensiero azcgliano e della sua fedeltà agli impegni presi con Pio IX. Poiché la lèttera citata dal dotto gesuita è rimasta tuttora inedita, ci sia consentito di riprodurla da una copia sincrona conservata nell'archivio d'Azeglio, al Vittoriano.
Preg. Signore, Roma> 3 P P
la relazione ch'ella mi ha mandato racchiude (atti che meritano certamente d'essere considerati. Il di lei modo di giudicarli mi sembra giusto, ed è perfet-tamenie simile al mio. Non posso immaginare con quali ragioni possono servirsi, come ella m'accenna, del mio nome per appoggiare cose, alle quali sono contrario per opinioni, e che ho pubblicamente dichiarato tenere per danose (sic) in ogni mio scruto. Voglio supporre che ciò non accada per male intenzioni, bensì per solo equivoco. Ad ogni modo a toglier questo, le dirò brevemente il mio modo di vedere. Non pretendo che sia giusto, ma posso affermare almeno che tale è realmente la mia opinione. In politica non vedo altro di serio e di reale che la forza. Dov'è questa forza? Qui sta la questione. Credo che (oggi tanto pia) sia nel Popi-nione la forza maggiore. Siccome Voppinione (sic) si compone d'individui; pia le cose che proponete saranno nell'interesse di molli, più avrete l'opinione per voi. Dunque evitare (sic) meno interessi che si può, e favorirne più che si pud. Perciò idee moderate, e realmente utili alla maggiorità. Più saranno espresse apertamente le idee, e più. saranno conosciute: dunque pubblicità, dunque non segreto, e non società segréte, che oltre altri danni, servono a mettere in- diffidenza l'universale contro buone idee, poiché ot/è segreto gli uomini sospettano male e se ne scostano* Quanto poi a giuramenti d'ubbidienza cieca mi è sempre sembrato la cosa più irrazionate del mondo. Capisco che si giuri obbedienza ad un codice che si può leggere, vedere che còsa Impone, e che si sa che non mula. Ma giurarla ad un uomo, ohe, sia anche l'ottimo di tutti, non so se domani sarà divenuto un ribaldo, mi .è sempre sembrato gran semplicità. Quanto a me non l'ho mai giurata, e mai la giurerei ad uomo vivo sii chi si voglia.