Rassegna storica del Risorgimento

PEDROTTI PIETRO
anno <1956>   pagina <786>
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Amici scomparsi
dono con quale preoccupazione egli seguisse i vari problemi che nel dopo guerra si presentavano sul tappeto con l'urgenza di adeguata soluzione non risparmiando critiche al Governo italiano, impreparato in parte a risolvere le situazioni delle nuove terre congiunte alla Patria. Critiche costruttive di un patriota che amava il suo Trentino perchè amava l'Italia, alquanto diverse da coloro che non l'avevano particolarmente desiderata, pur ostaco­lando il tentativo di germanizzazione del Trentino, ma che avrebbero voluto inviare alle assise di Parigi pel trattato di pace a Vittoria conclusa una rap­presentanza trentina a difendere gli interessi vinicoli e agricoli della regione. !.. Articoli di cui qualcuno si potrebbe ristampare oggi, tanto le previsioni e le osservazioni sarebbero chiarificatrici.
H problema dell'emigrazione aveva sempre trovato in Pietro Pedrotti un particolare interessamento: problema doloroso al quale dette poi dal 1921 al 1926 il contributo della sua competenza dirigendone il Segretariato tren­tino con sede a Rovereto e pubblicando per sei anni un Bollettino mensile. Una lotta particolarmente benemerita Egli sostenne quale Presidente della Società Alpinisti Tridentini (presidenza che tenne dal 1912 al 1914) in un periodo nel quale più audacemente il Club austro-tedesco alpino orga­nizzava con ricchi mezzi i suoi tentativi di penetrazione con la conquista delle nostre cime, con la costruzione di rifugi. Lotta particolarmente difficile per quello costruito dai Tedeschi nel Gruppo di Brenta, che finiva vittoriosa­mente per la Società trentina mercè l'accortezza di Pietro Pedrotti, coadiu­vato da altri benemeriti della S. A. T.
In un momento di scoraggiamento fa ancora la sua parola ad incitare i Trentini a non desistere dalla lotta; scriveva intorno al 1910 in un articolo intitolato Verso fazione: Se dal '48 il Trentino è costretto a chiedere quello che ancor da allora gli si nega, non v'è ragione di dichiararsi vinti ritirandosi dalla lotta. L'unico retaggio lasciatoci dai nostri padri è la lotta: senza di essa le presenti generazioni sarebbero schiacciate ignominiosamente macchiando con un solo momento di vile fiacchezza la fulgida tradizione italiana del no­stro popolo....
Con tali precedenti, in previsione della guerra contro l'Austria, Pietro Pe­drotti non sarebbe potuto rimanere nella sua Rovereto senza incorrere in un processo e in una condanna retroattiva, come era toccato a quanti Tren­tini irredentisti erano rimasti nella propria terra natale. Già il fratello Gio­vanni, figura di primo piano delle lotte nazionali era riparato a Roma, ove svolgeva e svolse per tutta la guerra a favore dei profughi dei volontari e dei trentini in genere una illuminata attività, trovando per l'alta stima di cui godeva nelle sfere ministeriali particolare appoggio. Così il dott. Pietro scen­deva a Firenze méttendosi subito in stretto contatto col Patronato profughi, con la Dante Alighieri, eon la Trento e Trieste , con i cui dirigenti già da anni era in rapporti per le questioni nazionali. Dopo il sacrificio di Ce­sare Battisti fu lui a portare a Viterbo (agosto 1918) la commossa parola di esaltazione dell'Apostolo martire, così come dieci anni prima nella sua Ro­vereto fa l'oratore ufficiale pronunciando un nobilissimo discorso (poi stam­pato nel 1908) per Antonio Rosmini odiato fino a pochi anni prima da im­placabili avversari . Al periodo del fascismo, al quale non diede natural­mente mai la sua adesione, si deve in gran parte se lo Scomparso ripiegò maggiormente negli studi, ritirandosi da pubbliche attività, e soprattutto ver-