Rassegna storica del Risorgimento

ECONOMIA
anno <1957>   pagina <264>
immagine non disponibile

264
Gino Luzzatto
Quella che era stata, nell'età romana come in quella dei Comuni, la forza maggiore dell'economia e di tutta la vita so­ciale e culturale dell'Italia, lo sviluppo delle sue cento e cento città, massimi centri di attrazione e di propulsione, si era an­data attenuando dopo l'età del Rinascimento, fino a mante­nersi, tolte poche eccezioni, per due secoli e mezzo fino a due o tre decenni dopo il raggiungimento dell'unità, in una stagnante stazionarietà demografica che per qualcuna di esse, com'è il caso di Ferrara, si spinge anzi ad una sensibile diminuzione. La popolazione di quasi tutti gli attuali capiluoghi di provincia oscilla nel 1861 fra i 15.000 ed i 30.000 ab.; e dove è possibile stabilire il confronto tra la popolazione di quell'anno e quella dei sec. XVI e XVII, esso rivela in moltissimi casi un'identità quasi perfetta: indice quanto mai significativo della stazio­narietà di tutta la vita economica e sociale di una gran parte d'Italia dove le città seguitano bensì ad essere il centro ammi­nistrativo ed ecclesiastico di un territorio di una certa vastità, la sede di un mercato settimanale, di un modesto artigianato, che provvede ai bisogni elementari della città stessa e del suo contado, ma ha perduto del tutto quella forza di attrazione che aveva esercitato fino al Cinquecento, in modo che è quasi completamente cessata l'immigrazione dalla campagna in città, e l'eccedenza, quasi sempre abbastanza alta, delle nascite sulle morti serve quasi esclusivamente a riempire i vuoti de-tenninati dalle pestilenze, dalle carestie e dall'emigrazione dai centri minori verso le poche grandi città, capitali dei mag­giori stati regionali.
Chi non tenga conto di questa stazionarietà demografica delle città, in un paese che in 250 anni aveva, secondo cal­coli abbastanza sicuri, raddoppiato la sua popolazione totale, chi non consideri che a questa stazionarietà si accompagna una grave ristrettezza di orizzonte, grettezza e monotonia di vita, non può valutare esattamente e condannare la tanto lamentata lentezza e indolenza degli Italiani all'indomani del­l'unità e la loro incapacità a trarre dalla conquista i vantaggi che se ne erano sperati.
Il quadro appare, solo in parte, diverso quando esso si limiti alle grandi città che prima del '65 erano state capitali