Rassegna storica del Risorgimento

ECONOMIA
anno <1957>   pagina <270>
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Gino Liuzatto
Gli investimenti maggiori, fra il 1861 ed il 1865, furono fatti nei titoli del Debito pubblico di nuova emissione. Sulla misura di questi investimenti possiamo disporre di un solo dato positivo fornito dai pagamenti fatti dal Tesoro italiano sulle piazze straniere, specialmente a Parigi, per le cedole della nostra Rendita. Da 32 milioni di lire nel 1861, essi salgono a 52 nel '62, a 66 nel '63, a 84 nel '64, a 85 nel '65, a 98 nel 966. Per quest'ultimo anno, come per il 1867, quando essi raggiun­gono e superano la somma dei pagamenti fatti all'interno, non v'ha dubbio che la cifra delle cedole riscosse sulle piazze di Parigi o di Londra sia stata ingrossata dall'invio dall'in­terno per beneficiare della differenza nel cambio, che raggiunse e superò il 15.
Secondo un autore francese, il Duchène, che scrisse nel 1869 un volume su L'Empire industriel in senso nettamente contrario all'eccessiva larghezza con cui si era concessa, sotto il Secondo Impero, la quotazione alla Borsa di Parigi dei ti­toli stranieri, vi sarebbero stati in Francia, nel 1867, circa 36 milioni di titoli di rendita italiani da 100 lire, cioè un ca­pitale nominale di 3.600 milioni; cifra che è indubbiamente esagerata, inquantochè essa rappresenterebbe più della metà di tutto il nostro debito pubblico, che probabilmente è stata calcolata sulla base delle cedole pagate a Parigi. Si può cal­colare con relativa certezza che dal 1851 al 1865 la parte del Debito pubblico italiano in mano di stranieri sia salita da 640 a 1.700 milioni, ma dopo quella data essa, come vedremo, è andata certamente diminuendo. Per se stesso il concorso del capitale estero alla copertura della emissione di prestiti ad uno Stato giovane e la cui vitalità era ancora messa in dubbio poteva rappresentare un grande beneficio sia dal-punto di vista economico che da quello politico. In quei momenti d'in­certezza politica, scriveva, 15 anni più tardi, Ubaldino Peruzzi, l'Italia legò alle sue sorti gli interessi dei capitalisti grossi e piccoli dei principali Stati di Europa.
Di fronte a questi vantaggi vi era però anche il rovescio della medaglia. Non si trattava tanto del pericolo, troppo spesso lamentato anche in epoca più recente, di porre l'eco­nomia italiana alle dipendenze dell'estero, quanto piuttosto