Rassegna storica del Risorgimento

ECONOMIA ; NAPOLEONE I ; PIEMONTE ; SARDEGNA (REGNO DI)
anno <1957>   pagina <316>
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Luigi Biilferetti
la stia incorporazione nell'impero era un ottimo affare per la Francia, specie dopo l'annessione della Savoia tributaria, dal punto di vista cerealicolo, del Piemonte. Non c'interessa qui l'aspetto militare dell'incorporazione: il Piemonte rappresentava un prolungamento della Francia nella Peni­sola* una sua base in territorio potenzialmente nemico (rinforzi furono in­viati, p. esM nel 1809 da Torino nel Regno italico per fronteggiare torbidi). Le conseguenze delle annessioni del Piemonte e di altre regioni italiane all'impero furono aggravate dallo sbarramento doganale che Napoleone stabili fra i suoi dipartimenti transalpini e il suo regno d'Italia, dallo seorporamento dal Piemonte dell'Alto Novarese non tanto, forse, per favorire il Regno d'Italia, quanto per togliere al Piemonte il Sempione, cioè la facilità di valersi della principale via di transito pel mondo svizzero e germanico, di modo che l'import azione in Piemonte di manufatti non francesi fosse ulte­riormente ostacolata e, del pari, ma inversamente, la possibilità di esportare dal Piemonte materie prime verso mercati diversi da quello francese. Come scrisse il Tarle, Napoleone si mostrò ostile a qualsiasi tentativo dell'industria italiana di cercarsi una sistemazione indipendente; ne incoraggiava se mai lo sviluppo nei limiti nei quali potesse riuscire utile albi Francia: cosi a pro­posito dell'industria dei panni per le divise militari, delle fabbriche di armi e di carrozze. X cereali, i prodotti agricoli in genere, e il bestiame (specie cavalli e buoi), erano a disposizione della Francia, e parimenti la seta greggia, con evidente danno, oltre certi limiti, dei consumatori e degli industriali, in primis dei Setaioli alla mercè dei loro colleghi o, meglio, concorrenti fran­cesi. Il periodo napoleonico non segnò, in Piemonte, un mutamento nei tipi di produzione: l'agricoltura rimase l'attività economica fondamentale, se mai furono sprecate energie e mezzi nei tentativi di farvi crescere il cotone e sostanze coloranti vegetali meno buone di quelle importate e generalmente superate dai tempi (tale il caso del guado, cui s'applicò il Ciobert, lo scienziato dedicatosi agli esperimenti autarchici voluti dai Francesi e quindi epurato dall'insegnamento nella Restaurazione sabauda), e i cereali, i bozzoli, la ca­nape, il lino, il riso, rimasero i prodotti principali. I tentativi di migliorare la situazione sanitaria nelle zone risicole colla coltivazione del riso secco rima­sero tentativi; continuarono a diffondersi le culture della patata e del mais (che ci si sforzò, specie nel dip. della Dora, di impiegare persino nella panifica­zione), ma collo stesso ritmo del periodo precedente, e, in complesso, ciò significò un abbassamento nella qualità dell'alimentazione, anche se, in rela­zione alla guerra, appariva un espediente necessario, suscettibile di bene­fiche applicazioni in periodi di pace contro le carestie o le penurie connesse alla monocoltura e capace di valorizzare terre aride e di sostituire vantag­giosamente la segale nelle alte valli: appunto da queste località si diffuse la cultura. Il miglioramento nell'irrigazione, nella concimazione, nella crea­zione di prati artificiali, nella rotazione delle culture non procedette più. rapido che nel precedente periodo delle riforme: i consumi straordinari, gli spostamenti dei mercati, lo sottrazioni di mano d'opera provocati dalle guerre non erano compensati dai vantaggi inerenti all'allargamento di certi mercati (territori liguri, p. es., formalmente parificati e uniti, nel caso di Montcnottc, a terre piemontesi: in realtà quelli, immiseriti nella deca­denza del traffico marittimo, erano diventati cattivi clienti di queste), dalla partecipazione di più moderne tecniche (l'Accademia delle scienze