Rassegna storica del Risorgimento

ECONOMIA ; NAPOLEONE I ; PIEMONTE ; SARDEGNA (REGNO DI)
anno <1957>   pagina <317>
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L'economia del Piemonte nel periodo napoleonico 317
torinese, la Società d'agricoltura, le nuove scuole, riecheggiavano la cultura francese) e di maggiori esperienze (alcuni funzionari francesi possedevano una più r a Hi nata e complessa esperienza e sostituivano o affiancavano degnamente funzionari italiani: accanto ai prefetti francesi in diparti­menti italiani come lo Chabrol, segretari francesi come il Destombes di prefetti italiani come rArborio). In compenso si verificò, soprattutto dopo l'estensione del blocco continentale, praticamente a partire dal 1808, un collasso nei commerci d'importazione, di esportazione, di transito, e in alcune industrie ad essi legate, principalmente nel setificio, perchè, mentre sino a quell'anno gl'inglesi riuscirono, attraverso vie più o meno tortuose, a eludere il blocco, dopo il 1808 diventò dinwilissimo od onerosissimo in un senso e nell'altro. Nel 1809 anche la via di Trieste, caduta nelle mani di Napo-leone, divenne loro impraticabile. Il commercio si limitò all'interno, ovvia­mente coll'csclusionc dei prodotti d'oltremare, dalle materie tintorie, alle spe­zie, allo zucchero, al cotone, al pesce conservato, e unicamente a vantaggio dei manufatti francesi, tra i quali teoricamente avrebbero dovuto essere compresi quelli del Piemonte perchè formalmente dipartimento dell'impero: ma, in realtà, era considerato dipartimento italiano o transalpino quando ai produttori propriamente francesi tornava comodo. In Piemonte, p. es., non si sviluppò affatto la manifattura del cotone rimasta allo stadio em­brionale e si verificò soltanto, nel dipartimento della Sesia, la trasformazione di manifatture di filo (o lino o canape sottile) in manifatture di cotone o miste. Neppure la concentrazione dei lavoratori e il passaggio dal lavoro a domicilio al lavoro nella fabbrica manifatturiera risultano accelerati nel periodo fran­cese con ritmo superiore a quello del periodo precedente. I codici civili e di commercio, la nazionalizzazione di beni (specie ecclesiastici) e il loro pas­saggio nelle mani di produttori abili, la migliorata rete stradale e le àcce? lerate comunicazioni poterono rappresentare un miglioramento, quando non furono un'innovazione troppo radicale atta a favorire più gli specula­tori che i capaci e quando non si proponevano soltanto scopi militari; ma fu controbilanciato dal senso di instabilità e di scarsa sicurezza dei ceti economici supertassati e vessati da una burocrazia nella quale l'elemento e l'interesse francese dominavano, senza che qualche ceto (p. es., quello indu­striale) potesse realmente considerarsi avvantaggiato, almeno in confronto di altri (p. es., di quello commerciale). Soltanto le minoranze religiose (ebrei, valdesi) poterono godere migliori condizioni, in compenso peggiorò la pro­pria la nobiltà rimasta fedele al sovrano sabaudo; e poiché questa disponeva, forse, di mezzi economici superiori a quelli, lo scambio di posizioni non giovò all'economia piemontese: basti ricordare i lamenti dei torinesi già fornitori della Corte, e il voto che a Torino si ripristinassero unici e apparati aulici. Il limitatissimo spostamento della ricchezza tra le classi avutosi nel perio­do napoleonico in Piemonte, come ho dimostrato altrove, e il permanere nelle mani della ex-nobiltà della proprietà fondiaria in misura pressoché uguale a quella del periodo precedente, confermano, contro l'opinione comune e le leggende accreditate da certa storiografia liberale, che il regime francese in Piemonte non esercitò un'azione innovatrice feconda nelle strutture, se non nel campo ecclesiastico, e non potè riuscire troppo gradita anche se, al­l'inizio, potè essere salutato con sollievo perchè pareva porre termine a una lunga guerra e l'indipendenza era stata praticamente persa, pei piemontesi,