Rassegna storica del Risorgimento
ECONOMIA ; NAPOLEONE I ; PIEMONTE ; SARDEGNA (REGNO DI)
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1957
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318
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318 Luigi Fi iti far et li
da quando s'orano visti in casa, sia pure in veste d'alleato (ma alleato non poteva apparire pure il Francese ai segnaci di corte dottrine e a coloro che credevano agli ostentati ideali di fraternità ?), l'esercito austriaco e poi gli Austro-russi. Non prometteva, inoltre, il Direttorio compensi in Lombardia al Piemonte privato di Nizza e della Savoia qualora avesse compiuto il sacri ficio, ben più lieve (come dimostrano i precedenti progetti di baratto), della Sardegna ? Persino i balzelli straordinari di guerra imposti da Bonaparte potevano apparire men gravi in un paese oramai in preda all'inflazione (nel 1796 la circolazione cartacea, di 28.476.163 lp. nel 1792, era salita a 82.360.000 e il debito pubblico era salito di 115 milioni), già saccheggiato per 150 milioni dagli Austriaci; e poi, in certi casi, erano la semplice esecuzione di provvedimenti gravanti la proprietà ecclesiastica o la ricchezza mercantile già deliberati dal R. Governo per riassestare le finanze, per l'appunto, una delle prime preoccupazioni dei Francesi, insieme con quella di far rifiorire le attività economiche, come si vede in una relazione sulla 27a divisione militare e in una accompagnatoria del gen. Jourdan a una supplica dei lavoranti panni. Senonchè già in questi documenti vediamo che la politica economica impostata dai Francesi in Piemonte tiene principalmente conto (e come potremmo pretendere il contrario ?) degli interessi francesi; tanto meglio se quelli piemontesi coincidono con essi sia pure in modo subordinato. Non si presenta per il Piemonte incorporato nell'impero il problema dell'entità dei contributi impostigli a favore del tesoro francese: tutto andava senz'altro al tesoro francese e anche ciò che era speso in Piemonte, Io era, almeno formalmente, per conto dell'Impero. Altri studierà il carico tributario (compresi i servizi personali obbligatori), il movimento di tesoreria, la natura delle spese, la condizione dei pubblici dipendenti per trarne raffronti coll'ancien regime. A noi basti mettere in evidenza come, sul terreno economico, il periodo francese abbia segnato, più che lo sviluppo, il proseguimento ma sempre nell'interesse francese degl'indirizzi dell'onere;? regime nel campo agricolo, e un teorico allontanamento nel campo commerciale e industriale.
L'indirizzo produttivisticoautarchico, prevalso sistematicamente nella politica economica sabauda dai tempi di Carlo Emanuele H, acuitosi durante la guerra delle Alpi coi tentativi di servirsi dello sciroppo d'uva in luogo dello zucchero, dell'olio di colza in luogo di quello d'olivo, coi controlli sempre più pesanti della cerealicultura (i quali non valsero a impedire che il grano salisse al prezzo di lp. 8,5 l'emina nel 1799, cioè a quattro volte il prezzo prebellico), fu continuato dai Francesi a vantaggio della madrepatria ed esasperato quando, in correlazione col blocco continentale, diventò essenzialmente autarchico. Nonostante che sin dal 1807 la Camera di commercio di Torino avesse dichiarato non prestarsi il clima del dipartimento del Po-alla cultura del cotone (tenne dietro la società di Agricoltura, il cui atteggiamento però, riflettendo la paura dei suoi membri di fronte al dominatore, fu piuttosto ambigua) e che gli esperimenti del Vassalli Eandi avessero condotto nel 1808 ad analoga conclusione, ancora nel 1813 i prefetti dei dipartimenti piemontesi incitavano a coltivarlo promettendo un premio di un franco per ogni kg. di cotone grezzo. La cultura di piante oleose, nonostante i suggerimenti del medico Benvenuti di piantare ulivi e mandorli sino al sec. XV fiorenti nelle prealpi e nelle basse valli alpine, si orientarono, dopa che i dotti accertarono un abbassamento della temperatura verificatosi