Rassegna storica del Risorgimento
ECONOMIA ; NAPOLEONE I ; PIEMONTE ; SARDEGNA (REGNO DI)
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1957
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320 Luigi lìulferetti
vano i propri vini col grano e col rìso di quelle provinole. Nondimeno pure i prezzi del riso appaiono abbastanza stabili tra il 1803 e il 1811 perchè le massime oscillazioni sono comprese tra i franchi 6,30 e 8.92 per emina. Continuò, forse aggravato, il deperimento dei boschi oggetto di contìnue norme legislative per fronteggiarlo, di concorsi dell'Accademia delle scienze e della Società d'agricoltura che proponeva di diffondere il larice. Responsabili della distruzione le greggi, gl'incendi, le guerre; del passato governo, diceva lo Scarron, ma era evidente il timore di incolpare il presente: i boschi nazionali e comunali dei dipartimenti del Po. della Stura, della Sesia nel 1803 si estendevano per 4.157,44 ettari, mentre la superficie boschiva dei circondari di Torino, Susa, Acqui, Voghera, Tortona era di ettari 101.717.15. La produzione dei bozzoli, in diminuzione nel dipartimento della Sesia (174.509 kg. nel 1808, 99.748 nel 1813) e in quelli della Dora, di Marengo e di Montenotte, nonostante le forti variazioni di anno in anno, apparirebbe in aumento (da kg. 841.528 nel 1803 a 1.181.080 nel 1813 con una punta di 2.250.000 nel 1808 e nel 1812) in quelli della Stura e del Po, ma senza reale vantaggio per gli allevatori perchè il ristagno del commercio ne rendeva difficile l'assorbimento né le limitate oscillazioni dei prezzi ci fanno presumere che i contadini abbiano potuto rifarsi con tale mezzo. Certo la loro condizione miglioro in confronto ai tempi della guerra delle Alpi, quando, secondo il Prato e il Pugliese, soffrirono la fame fisiologica; ma i salari reali sarebbero aumentati tra il 1794 e il 1795. La nazionalizzazione di molti beni ecclesiastici e la successiva vendita portò sicuramente terre in mani d'imprenditori borghesi, il naturale processo di spezzettamento della piccola proprietà continuò, ma in quali misure è, allo stato attuale degli studi, impossibile affermare. L'incorporazione del Piemonte nell'impero rende poi impossibile ricostruire la quantità e il valore degli scambi di derrate, come di ogni altro prodotto, risultando questi conglobati con quelli degli altri dipartimenti tanto più. che i pedaggi e i dazi interni erano stati soppressi. Se ci atteniamo alle fonti rev lative al limitrofo Regno italico dovremmo ammettere che ne importasse (sia pure con destinazione al di là delle Alpi) cereali e riso e che vi esportasse bestiame da riproduzione (p. es., i merinos forniti dalla Società pastorale della Mandria di Chivasso a V. Dandolo per i suoi allevamenti nel Varesotto), e da carne, specie nel Novarese, nel Milanese, nel Bergamasco per quantità che equivalsero i 3/4 delle analoghe importazioni dalla Baviera e dalla Svizzera sommate tra loro; in compenso i 2/3 della piccola esportazione di bestiame dal Regno italico (in prevalenza animali da soma) finiva in Francia, ma nella Francia vera e propria, non nel Piemonte. Greggi della Lombardia occidentale si recavano al pascolo in Piemonte, dove venivano tosati, mentre i manufattieri di lana del dipartimento del Serio e del Mella (i massimi centri lanieri della Lombardia, ma ancora non bene amalgamati coi territori lombardi dell'exstato di Milano) dovevano procurarsi la materia prima in Puglia. Nelle importazioni cosiddette dalla Francia (più di cinque volte le esportazioni) del Regno italico sono conglobati vini piemontesi, come nelle esportazioni verso la Francia sono conglobate merci lombarde o emiliane o provenienti, attraverso Trieste e Venezia, dall'Blirioo o dal Levante destinate al Piemonte, cui giungevano, attraverso la Lombardia, pure merci della Germania meridionale e della Svizzera. Questi paesi fungevano pure da intermediari per le esportazioni delle sete piemontesi verso le città anseatiche, ì