Rassegna storica del Risorgimento

ECONOMIA ; NAPOLEONE I ; PIEMONTE ; SARDEGNA (REGNO DI)
anno <1957>   pagina <322>
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322 Luigi BidferetH
diti erano inesigibili, versavano in pessime condizioni si da provocare il pres­sante intervento del gen. Jourdan. Nel 1802 riprendevano le lorniture militari promosse dal Primo Console, nel 1803 gli incroci tra pecore biellesi e menno davano buoni risultati grazie alla collaborazione tra il vercellese Avogadro della Motta e il Provana di Collegno, il cui gregge di oltre 5 m. capi aveva avuto origine da animali della tenuta della Mandria oramai retta dalla So­cietà pastorale. Questa, forse in virtù dell'abilità di uomini come il Lodi, M. Cavour, il Provana, aveva ottenuto facilitazioni e sussidi dal governo per proseguire l'iniziativa sabauda principiata corca tre lustri prima grazie al conte Graneri. La Società pastorale oltre a valorizzare la tenuta, a mol­tiplicare la razza, a cederne ad altri allevatori, aveva fondato una manifat­tura a Torino e a Rivoli che, nel 1805, occupava 800 operai; nel 1810 era creditrice di un milione per forniture all'esercito. Invece il canapificio non ebbe sviluppi altrettanto notevoli: il Piemonte ai primi del secolo esportava canape grezza per un milione di franchi e importava tele per due milioni; il problema consisteva, dunque, nello sviluppare la tessitura. Ma qui si coz­zava contro gli interessi di manufatturicri francesi e quando il consiglio generale del dipartimento del Po, dopo la rottura della pace di Amiens, donò al governo francese 330 ni. fr. di canape grezza, dovette chiedere di poter farla manifatturare localmente in vele. Sicuramente la tessitura piemontese della canape era tecnicamente arretrata rispetto a quella di altri paesi: nel 1803, infatti, la Società di agricoltura premiò un tessitore che aveva saputo lavorare con finezza la canape locale, esaminò campioni di filati e pettini del tipo olandese per rendere la canape fine come il lino, e nel 1808, a coro­namento di tanti sforzi, una manifattura in piazza S. Carlo a Torino tesseva la canape in finissima tela. Un po' difficoltà intrinseche, un po' Fostruzio-nismo dei Setaioli che avevano sempre ostacolato la lavorazione di altre fibre tessili (nelle stoffe scadenti si impiegava la seta di scarto), un po' il desiderio dei Francesi di non crearsi concorrenti, spiegano l'arretratezza piemontese nella tessitura della canapa e del lino. Questo era lavorato in molti luoghi, spesso a domicilio: 6 m. pezze produceva il dipartimento del Po specie nella zona di Coazze e di Giaveno; nel dipartimento della Sesia migliaia di operai vi si applicavano a Biella; il dipartimento di Marengo produceva circa 30 m. pezze, ma per uso locale e i telai lavoravano soltanto 8 mesi l'anno. Nel 1802 alcuni <c cittadini proposero di far sorgere alla Tenaria uno stabi­limento di benificienza di tipo inglese consistente in una filatura di cotone che avrebbe dato lavoro a 2400 persone, delle quali mille donne e 600 fan­ciulli: avrebbero filato ogni giorno 1600 libbre di cotone da 12 once, mercè il capitale fornito da 1600 azioni da 500 franchi sottoscrivibili presso il ban­chiere Gobbi, poi diventato cassiere della società presieduta da L. Paroletti e retta dal banchiere Felice Nigra (quanti nomi di famiglie vieppiù note in seguito come rappresentanti del moderno capitalismo finanziario piemon­tese!). La fabbrica sorse poi nell'ex-convento di S. Filippo nazionalizzato come altri conventi (in una chiesa, a Ghierì, David Levi senior impiantò una manifattura di cotone), ma non pare abbia avuto lunga vita se nel 1808 la Camera di Commercio di Torino, rispondendo ad una lettera del Ministro degli Interni circa le possibilità di sviluppi autarchici insisteva sulla lavo­razione di altre fibre, specie di cascami di seta. Questi erano utilizzati anche nella fabbricazione di cappelli. La fama degli organzini piemontesi aveva