Rassegna storica del Risorgimento
ECONOMIA ; FINANZA
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1957
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Alberto Caracciolo
riorità nel mercato mondiale, proprio questo processoancora incompiuto al momento dell'unità nazionale, spingevano a richiedere tutto dallo Stato, dalla sua legislazione, dal suo intervento, ad attendere da esso quei mezzi che il privato imprenditore scarsamente possedeva. L'auspicato sviluppo degli studi sull'economia italiana nell'età preunitaria, del genere di quelli del Greenficld, del Prato o del Demarco, potrà portare nuovi elementi anche sul problema che qui ci interessa.
2. La gracilità delle prime formazioni industriali è confermata, se si vuole, anche da quel che accadde subito dopo il 1860. Gli anni di governo detta Destra son quelli che meglio mostrano come da questa costituzionale debolezza derivasse in Italia il fallimento delle tendenze liberiste, esaltatrici del laissezfaire e della più. completa iniziativa privata. La brusca unificazione delle tariffe doganali al livello di quelle piemontesi portava infatti immediatamente la rovina tra le manifatture, più deboli e artificiali, di Napoli e del Mezzogiorno. Come il Luzzatto ancora di recente ha sottolineato, ciò non accadeva perchè fosse la più sviluppata industria settentrionale a imporsi con la sua concorrenza a quella del sud, ma perchè senza rigide protezioni l'economia di intere regioni si trovava privata dei puntelli sui quali a stento si sosteneva. *) Il trattato commerciale con la Francia, approvato nel novembre del 1863, suscitava a sua volta nel campo metallurgico, navale, cotoniero, per il suo eccessivo liberismo, le proteste degli imprenditori.
Era il segno del maturarsi di un profondo malcontento contro tutto quello che avesse nome liberismo e liberoscambismo. E del resto fin dall'indomani dell'unità i capitalisti italiani stavano sperimentando in altro settore e per altro verso i vantaggi che era possibile ottenere, invece, servendosi dell'aiuto statale. Intendo il settore dei lavori pubblici, che proprio le necessità elementari di unificazione politica ed economica mettevano in movimento, e prima di tutto le vie ferrate, considerate il legame più adatto a tener insieme le varie parti del nuovo regno. Le ferrovie, per le quali sappiamo quanto facilmente si abbondasse nelle concessioni, gli appalti, i privilegi, restarono per circa trenta anni uno dei più proficui settori di investimento per i capitali italiani. Per quanto su di esso esistano diversi lavori critici, come quelli del De Biase o di C. F. Ferrari, l'argomento resta di eccezionale interesse. Già soltanto dal cospicuo materiale parlamentare che vi è dedicato inchieste, dibattiti, lavori di commissione molto si potrebbe apprendere sui legami che esso permise di stabilire tra i capitalisti e lo Stato, sulle tendenze statalistiche che contribuì a favorire in seno alla borghesia d'affari italiana.
Soprattutto il dibattito iniziato da Silvio Spaventa nel 1873 mostra, mi sembra, quanto il problema ferroviario accentrasse ormai su di sé, a pochi anni dall'unità, l'attenzione degli ambienti economici. Nel momento stesso in cui più languivano le branche fondamentali dell'industria, la costruzione delle strade ferrate in tutti i suoi aspetti, a cominciare dalla nascente produzione di vettore, rotaie e traversine, appariva infatti agli investimenti privati come un punto di riferimento quanto mai vantaggioso. E poiché dic-
XJ La vigilia o l'indomani dell'unità, in Orientamenti per la storia d'Italia nel Risorgimento, Bari, 1952, pp, 166-167. - , -