Rassegna storica del Risorgimento

1860-1892 ; ECONOMIA
anno <1957>   pagina <391>
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Vicende della politica commerciale italo-francese dal 1860 al 1892 391
tare, dal diritto di tonnellaggio, le navi straniere che importavano, in Fran­cia, derrate alimentari. Ma di maggiore importanza per il Piemonte, furono alcuni provvedimenti, uno del 14 settembre 1853, che riguardava il dazio sul bestiame; J) l'altro, del 28 settembre 1853, per il quale il dazio sul cotone subì una leggera modifica; e quelli dell'anno successivo che introdussero un'impor­tante riduzione di dazi sulle lane e sulle pelli non conciate, sugli spiriti, le resine, i materiali da costruzioni navali. Ma il governo francese aveva l'inten­zione di andare ancora più lontano. Infatti, nel 1856, presentò un progetto di legge avente per oggetto l'abolizione di tutte le proibizioni. Il mondo degl'in­dustriali e degli agricoltori fu vivamente impressionato, e per calmare gli animi, si ritirò il progetto, annunciando che sarebbe stato ripresentato nel 1861.
Alla politica liberistica di Cavour e di Napoleone III, si contrapponeva quella, nettamente protezionistica, degli altri Stati italiani, ad eccezione della Toscana. Nel Regno delle Due Sicilie vigeva, infatti, un protezionismo elevato e applicato senza criterio; nello Stato Pontificio il commercio era ostacolato dalle alte tariffe che rendevano profìcuo il contrabbando ; il LombardoVeneto giaceva sotto la dominazione austriaca e doveva fungerò: da mercato di sbocco delle merci dell'Impero. Quando si pervenne all'unità, non tutti gli Stati della penisola si trovavano, dunque, nelle medesime condi­zioni. Sicché mentre per la Toscana e il Piemonte alla nuova situazione po­tette giungersi con relativa disinvoltura, per gli altri Stati l'avvenimento segnò l'inizio di una nuova politica commerciale. Partigiano di una politica liberistica, di cui aveva potuto sperimentare tutti i vantaggi per il Piemonte, il conte di Cavour pensava che fosse poco prudente, quando si usciva da un periodo protezionista, gettarsi bruscamente sulle vie del libero scambio; inoltre, riteneva che la politica commerciale di uno Stato dovesse ispirarsi al suo carattere particolare. Questi saggi principi, di cui si era tenuto conto per il Piemonte, furono completamente trascurati quando si trattò di appli­carli all'Italia unificata. Nonostante che le altre regioni del paese fossero in condizioni economiche tanto diverse, e che uscissero appena dalla domi­nazione di governi assoluti, non si tenne conto di queste circostanze; ben presto furono soppresse le dogane interne e la tariffa generale, del 9 luglio 1859, fu estesa a tutte le provineie del Regno.
La repentina sostituzione della tariffa sarda recò con se perdite e disagi, e non lasciò alla produzione il tempo di prepararsi alle mutate condizioni. Ulteriori pertubazioni ad alcune industrie recarono i decreti dell'agosto e settembre 1860, con i quali si introdussero nuove riduzioni sui filati e sui tessuti, mentre le difficoltà delle fabbriche nazionali, in mezzo a tante vicende politiche, aumentavano. Chi maggiormente fece le spese di questi catastrofici provvedimenti fu l'industria meridionale, che fu, ben presto, ridotta a peggior partito prima dalla concorrenza dell'industria straniera e, successivamente, a mano a mano che si costruivano le nuove vie di comunicazione tra il nord e il sud della penisola, dalla concorrenza di quella settentrionale. Ne il trat­tato di commercio concluso con la Francia, nel 1863, rimediava a tale stato di cose, come non vi rimediarono i trattati con l'Austria e la Svizzera.
1) Quello stri buoi e sui tori furono ridotti da 502 a 3 francai a l'importazione da tutti paesi nel giro di un anno aumento di pio del doppio.