Rassegna storica del Risorgimento

1860-1892 ; ECONOMIA
anno <1957>   pagina <402>
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402 Luigi Izzo
era stato il promotore. Il Ministro di agricoltura e commercio, senza rifiu­tare alla Commissione le modifiche che sembravano giuste, resìstè con suc­cesso, eccetto per alcuni dazi sulle derrate alimentari, alla maggior parte delle richieste di aumento dei dazi, che suonavano quasi come una reazione al regime liberistico del 1860. Tuttavia egli promise che, nelle future con­venzioni commerciali, si sarebbe riservata al Parlamento la libertà dì mo­dificare i dazi. Il progetto cosi emendato dal Senato, ritornò alla Camera (27 marzo 1881), che acconsentì, con rammarico, ai dazi agricoli.; dalla Ca­mera ritornò al Senato (4 aprile) dove Pouyer-Quertier fece ancora un ulti­mo ma vano tentativo di ottenere qualche altra concessione. La nuova tariffa doganale generale risultò approvata il 7 maggio 1881. Essa manteneva i dazi elevati sulle derrate coloniali; accordava alcuni lavori all'agricoltura, ma molto meno che all'industria. Cosi, per esempio, si fissava un diritto di 15 fran­chi sul bestiame, mentre i cereali (salvo un diritto di statistica), la lana, la seta e, in genere, le materie prime restavano esenti. I dazi sui prodotti indu­striali variavano dal 10 al 30 .; i prodotti chimici e i colori, al contrario, erano fortemente tassati; i dazi su tutti i filati e ì tessuti (eccetto quelli di seta) risultavano aumentati, con una certa progressione, secondo la loro finezza. In quasi tutti i casi, i dazi specifici sostituivano i dazi ad valorem. Dopo la promulgazione di questa tariffa, la Francia concluse nuo­vi trattati con il Belgio, l'Italia, la Svezia e la Norvegia, la Svizzera. Il trat­tato con l'Italia, firmato il 3 novembre 1881, non riuscì improntato al libe­rismo dei precedenti. Nonostante che la maggior parte dei prodotti che PItalia esportava in Francia avrebbe beneficiato di soddisfacenti riduzioni, i negoziatori italiani si batterono per ottenere una riduzione dei dazi su certi prodotti che interessavano particolarmente l'Italia: l'uva passa, le fecole e, soprattutto, il bestiame, che, nella tariffa generale, erano sensibilmente ele­vati. Di più, per quel che concerneva il bestiame il governo francese si era impegnato, di fronte al Parlamento, a non comprenderlo, in avvenire, in alcuna convenzione Cosi, per avere un'idea della elevatezza dei nuovi dazi impo­sti nella convenzione, i buoi pagavano in luogo di lire 3,60 lire 15 per capo, le vacche non più lire 1,20 a capo ma lire 8; i tori, invece di lire 3,60 lire 8; le giovenche e i torelli lire 5 e non più lire 1,20; la fecola, con il nuovo trat­tamento, avrebbe pagato lire 4 il q.le. *) L'Italia, pur soddisfatta per qualche vantaggio ottenuto specie sui vini e sui prodotti tessili non poteva esserlo per quel che riguardava particolarmente il bestiame. Essa aveva esportato verso la Francia circa 80.000 buoi e tori nel 1878, 40.000 vaeche nel 1877, e 20.000 giovenche e torèlli nel 1879. Dopo l'entrata in vigore del trattato queste cifre scesero, rispettivamente, a 40.000, 10.000 e 93 nel 1884.2) E se non si ebbero più disastrose conseguenze, questo fu dovuto, in maniera deci­siva, all'abolizione dei dazi di esportazione decisa, nello stesso anno 1881, dall'Italia che, controbilanciò, in qualche modo, gli aumenti stabiliti dai Francesi. Miglior fortuna ebbe il vino, ma ciò fu dovuto non esclusivamente alla tariffa convenzionale, bensì molto ai cattivi raccolti francesi. La Francia
1) Atti dotta Commistione oVinchtiuttt per la revisione dello tariffa doganale, I, parte agraria, p. 164.
2) Ibidem, p. 166.