Rassegna storica del Risorgimento

LUCANIA
anno <1957>   pagina <411>
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La Basilicata di un secolo fa 411
melmosi, oscuri, pestilenziali. In altre regioni quegli antri servivano da can­tine o da stalle, invece in non pochi centri della Basilicata albergavano crea­ture umane, abbrutite dalla pia. nera miseria. Quelle tane erano divise da porte sconnesse, che fungevano anche da balcone, per cui regnava l'oscurità più perfetta; non avendo comignoli, il fumo rendeva irrespirabile la poca aria che penetrava in quegli antri umidi e lerci. In essi insieme con le persone vivevano galline, piccioni, capre, asini e talvolta cavalli e muli; ovunque uno o più maiali; la nuda paglia valeva per giaciglio, che serviva a grandi e piccoli, a uomini e ad animali.
Quelle topaie, orrendo a dirsi, erano spesso occasione ad incesti tra fra­telli e sorelle, tra cognati e cognate. Di qui l'intristire della prole, che era frutto d'incesti, e l'obbrobrioso ripudio, il facile disperdersi delle famiglie; il tetto non sempre era tempio di costumi, ma postribolo; la creatura umana era arnese di voluttà, e si aspirava più al cuncubinato che al matrimonio.
Dell'illuminazione pubblica non si aveva alcuna idea, e chi era costretto' a percorrere di notte le vie non guardate da parapetti, correva il rischio di precipitare nel vuoto e perdere la vita; solo in qualche città notevole si ve­devano scarsi e fiochi lumicini a cento metri di distanza l'uno dall'altro.
Non c'erano guardie, né regole di polizia, e solo sulla fine del dominio borbonico qualche paese considerevole, come Triearico, ebbe un regolamento, il quale vietava di accendere i fuochi per le vie nei giorni di lavoro, di cam­minare di sera senza ragione plausibile, di muovere passo senza lanterna; era proibito ballare per le vie, lanciare areostati in tempo di raccolti, dare ricetto ai rissanti nelle osterie.
Tutti i commestibili, le bevande e anche l'acqua dovevano avere il prez­zo dalle autorità comunali, né si potevano vendere a meno. Era proibito recarsi fuori a comprare nascostamente commestibili da estranei, ma era consentito a costoro di esitare i propri generi nella città.
L'acqua era irreperibile negli abitati, e nomini, donne, fanciulli si sfian­cavano a trasportarla da lontane sorgenti, quando non era difficile creare dei pozzi e delle cisterne nell'interno dei paesi; essendo costosa, era usata con estrema parsimonia; i poveri non ne avevano nemmeno per curare i pro­pri mali o per dissetarsi a sufficienza, per cui erano frequenti le infermità, la scabbia, la lebbra, che deformavano le creature.
inumano era il costume d'abbandonare i cadaveri; pochi intimi accom­pagnavano i morti all'ultima dimora; questi erano collocati su sconnessa barella, da cui, per malagevole cammino, talvolta ruzzolavano nel fango. Pochi erano i comuni che avevano il cimitero; in molti comuni gli estinti, a ridosso uno dell'altro, in abbracciamenti orribili, erano precipitati in caverne di chiese, ove il lento disfacimento impregnava gli abitati di letali miasmi. V'erano dei luoghi dove, all'in fuori del privilegio che avevano gli ecclesia­stici d'essere sepolti nelle chiese, i defunti erano gettati in un orticaio incolto, epoche zolle erano messe sul capo, senza croce o alcun ricordo; dopo sei mesi, per deficienza di spazi, bisognava smuovere quella terra, sollevando pure le ossa o le membra non ancora spolpate, frequente era il caso di vedere cani vagolanti per le vie, che portavano uno stinco o un teschio di fresco sepolto, non essendo i camposanti cintati di muri, essendo le fosse scavate a fior di terra. In certi luoghi si gettavano i cadaveri dall'alto di una roccia in una voragine, che metteva ribrezzo, e restavano a càcio scoperto, in pasto ai cor-