Rassegna storica del Risorgimento

LUCANIA
anno <1957>   pagina <412>
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Saverio La Sona
vi. I miscredenti e gli acattolici erano allogati in posti appartati e sordidi. In vari luoghi il popolo invocava dalle autorità il permesso di devolvere alla sistemazione dei cimiteri la pecunia sperperata in riti, feste e baldorie par­rocchiali. Invece il Governo suggeriva d'impiegare al miglioramento delle case addette al culto i fondi destinati alle costruzioni dei camposanti.
Peggio dei morti erano trattati i vivi. Dalla nascita alla morte la plebe aveva scarsa assistenza sanitaria e morale; rare erano le levatrici, che pro­digavano le loro cure alle partorienti ricche, mentre le povere erano assi­stite da donaicciuole ignoranti e superstiziose. Il pregiudizio volgare sottrae­va dalla pratica del vaccino fino a cinquemila bambini all'anno, ed II vainolo faceva numerose vittime. In molte comunità mancava il medico o il chi­rurgo, ed erano sostituiti da ciarlatani e da donnicciuolc, mentre il farma­cista era sostituito da un maniscalco. Spesso erano chiamati da centri di­stanti molti chilometri, e sovente arrivavano su carretti o su cavalli, quando il malato era passato all'altro mondo. Pochissimi erano i veterinari e i fle­botomi, e chi doveva cavarsi del sangue, si affidava al primo che incontrava. Rarissimi erano i paesi dove esisteva qualche meschino ospedale, che potesse accogliere qualche fortunato, e in nessuno c'erano ricoveri per i vecchi, che avevano menato una lunga vita di stenti e di estenuanti fatiche, e chiudeva­no la loro sciagurata esistenza nel più riprovevole abbandono dei familiari e della società, incuranti ed ingrati dei loro infiniti sacrifizi.
Quasi tutti gli abitanti erano braccianti, boscaioli, pastori, contadini; anche nei centri più. popolosi si contavano due o tre artigiani e altrettanti venditori per ciascuna merce; di orefici e argentieri si avevano una ottan­tina in tutta la vasta regione, e di fabbri una settantina; nessun abitante era dedito alle industrie; solo Rioncro aveva lavoratori dell'ottone, dello zinco, di armi e ferrarecce. Le industrie della pasta, della distilleria, del tes­sere, dei frantoi erano primitive e domestiche, e di tutte le regioni della pe­nisola solo in Basilicata non si conosceva la industria del baco da séta, che altrove permetteva non disprezzabili guadagni.
Nell'elenco delle merci e dei prodotti che si esportavano dal governo di Napoli, la Basilicata non figurava nemmeno per un centesimo. La camera di commercio, che è lo specchio ed il riverbero dei commerci e delle arti, non imponeva sugli esercenti alcun balzello, perchè non v'erano né redditi, ne dispendi. I traffici erano quasi inesistenti per l'asprezza del snolo e le difficoltà delle comunicazioni, per la grettezza dei proprietari e la poca sicu­rezza delle strade.
L'unica risorsa di un eerto valore era l'allevamento del maiale; il suo campo più che il tugurio era la via pubblica; non si nutriva di ghiande, ma delle brutture che erano gettate dalle case. Dalla sua vendita, una volta l'an­no, si traevano i mezzi per comprare il companatico, le medicine, e le mi­sere vesticciuole per i figlioletti, ed anche per pagare il fitto della tana per procacciare un po' di dote alle figlie da maritare. Perciò il maiale era consi­derato come membro della famiglia, tenuto in casa con i parenti, allevato con cura, né gli mancavano le carezze dei piccoli e lo moine dei grandi.
Non ostante le orribili condizioni in cui si trovavano gli abitati, non tuguri squallidi, ma tane, nessuno aveva premura di lasciare l'antico nido Pur essendo i paesi costruiti sul ciglio di monti, di cui la lenta opera dei se­coli aveva spianato la vetta, eon case a ridosso di pendii in rovina, si prefe-